Expo 2015, numeri e bilanci

Anche l’esperienza di Expo è finita. Sei lunghi mesi, ma per molti, come per la sottoscritta, il percorso per arrivare ad oggi è stato molto più lungo. Difficile per tutti fare i bilanci a fresco, si può solo parlare di numeri: quanti articoli ho scritto? 22. Quante persone ho conosciuto? tante. Quanti padiglioni sono riuscita a vedere? 25. Quanti giorno sono passati? 184. Per le emozioni invece, ci vuole molto più tempo, almeno per me. Ad esempio cosa ho imparato e cosa mi è rimasto di questo evento unico nel suo genere e nella storia del mio Paese? Come ogni grande evento si ricorderà negli anni come una foto ferma nel tempo. Qualcosa che non tornerà più, ma che per tutti coloro che l’hanno vissuta rimarrà per sempre. La mia avventura con Expo e con il padiglione Svizzero è nata tanto tempo fa, circa due anni or sono e da un semplice blogtour insospettabile:_La Svizzera in un sol boccone, sono nate relazioni di amicizia e professionali che durano nel tempo. Da quel blog tour di due anni fa tra zincarlin e alberghi improbabili di Locarno inizia il mio Expoimage

Il mio viaggio è continuato alla scoperta del_Canton Vallese e le pecore nere  dove, tra una Raclette e l’altra, approfondivo la mia amicizia con Alesssandra e Amel che, con tanta pazienza, hanno cercato di farmi conoscere le facce più disparate della Svizzera. La prima sensazione che ho avuto è stata quella di aver a che fare con una popolazione evoluta, molto più avanti nel modo di gestire i rapporti umani: un popolo educato, gentile, puntuale e con un grande senso di intraprendenza.

IMG_0551La mia relazione con la Svizzera è poi continuata a Roma, dove le conferenze sulla FoodDiplomacy  sono state la chiave di collegamento tra la mia vita passata e l’esperienza che stavo vivendo: la mia vita da consigliera comunale che ha creduto nella politica e nelle istituzioni e, magicamente, quella del cibo che stava popolando gli ultimi anni della mia vita, sino ad arrivare alla proposta di collaborazione con Presenza Svizzera, dopo il Salone del Gusto di Torino, e la prospettiva di poter vivere un’esperienza lavorativa gratificante e ambiziosa: _” Le torri e il progetto” del Padilgione svizzero.

A quel punto l’inizio di tutto con il primo Maggio, valigia e contratto alla mano dell’ambasciata e via!

Da qua in poi forse è una storia che si conosce di più, ogni settimana c’era il desiderio di raccontare più da vicino cosa stava succedendo: dal  pranzo presidenziale cucinato dal giovane chef del padiglione, al Tour virtuale  e conoscitivo dei primi giorni.

Le occasioni più allettanti però mi sono state date sempre dal confronto e dalle lunghe chiacchierate con le mie colleghe (Laura, Amel, Alessandra, Renèe).  Abbiamo infatti colto la fortuna di essere in un luogo in cui il mondo e le esperienze gastronomiche erano distanti qualche centinaio di passi e, volendolo, si potevano fare interviste, conoscere e approfondire in pochi minuti gli aspetti più disparati o le analogie tra diversi paesi partecipanti alla fiera. Dalla settimana della MountainWeek è nato: Il cibo delle Alpi  Oppure fermarsi una giornata intera e raccogliere le informazioni più particolari di un determinato cantone. _Il ValleseRicola e le erbe svizzere.

In questa incredibile avventura non sono mancati i viaggi e i racconti di città a me sconosciute come Berna, _Valposchiavo e _Ginevra e  Ginevra tra cultura alimentazione e scienza. Non sono mancati gli incontri con delle persone speciali come lo chef svizzero e vegetariano_Pietro Leeman e la responsabile del padiglione della Gambia “La storia di Maimuna ad Expo“. Non sono mancate le ricerche: il Dna della Birra e i prodotti di esportazione svizzera come il caffè . Ed infine alcuni dei grandi temi toccati quest’anno all’Expo: Sostenibilità,  Emigrazione in Svizzera legata al cibo  e Le cinque Chiavi per la sicurezza alimentare. 

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Ventidue articoli in cui ho approfondito costumi e cultura di un paese, ricerca, particolarità e luoghi e forse, lungo questi articoli, ho potuto conoscere più da vicino un paese accanto al mio che spero di aver la fortuna di incontrare nuovamente sulla mia strada lavorativa e umana.

Dalla Svizzera il Dna di mille birre

I birrifici artigianali utilizzano soprattutto ingredienti naturali come l’orzo e il luppolo, provenienti dal territorio a cui appartengono.

In particolare la birra viene prodotta con il malto d’orzo, ma vengono usati anche il grano, l’avena, il farro, il sorgo. Fra le altre fonti amidacee troviamo anche il riso, il mais e la quinoa. Questi ultimi però devono essere pretrattate per essere utilizzabili, per rendere accessibili gli amidi contenuti all’interno.

La birra viene prodotta principalmente con tutti questi cereali maltati che fungono da elementi base, ai quali vengono aggiunti poi il luppolo, il lievito e l’acqua.

A questo punto la birra è pronta per essere bevuta ma non si conserverà a lungo. Per aumentarne la conservazione, nella produzione industriale, il prodotto viene sottoposto ad alcuni trattamenti come la pastorizzazione ed il filtraggio per inattivare i microrganismi contenuti nel lievito, aggiungendo poi conservanti e stabilizzanti (ma non è il nostro caso).

EXPO.22.10.15--6983Proprio le birre artigianali sono state le protagoniste presso il Padiglione svizzero ad Expo. Un ricercatore italiano Giampaolo Rando segue un progetto speciale all’interno dell’incubatore scientifico di Ginevra, Hackuarium: studia il dna della birre artigianali per ricostruire l’albero genomico della bevanda più antica al mondo. “Quante tipologie di birre esistono?”- Mi racconta Gianpaolo- “Solo in Svizzera esistono 523 birrifici artigianali, come fare a distinguere quella che ci piace di più?”. Il gusto della birra dipende da cosa c’è dentro e da come è fatta. Il tipo di cereale maltato come descrivevo sopra, ma non solo, il tipo di batteri e lieviti, la qualità dell’acqua e dell’aria e quali microrganismi li abitano.

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Giampaolo proprio per classificarne i gusti e le tipologie ha l’obbiettivo di codificare 1000 birre in Europa e sequenziare il codice genetico di ogni birra artigianale, determinare cioè l’esatta struttura primaria di un biopolimero. In questo modo può spiegare le origini di ogni birra raccontando con quale luppolo o tipologie di lieviti è prodotta. Il codice genetico della birra permette infatti di capire come è stata fatta, con il fine di categorizzarla, creare una classifica e, infine, un albero genealogico.

IMG_5087Proprio un albero genealogico delle birre che permetteranno di osservare analogie, comunanze, similitudini e percorsi delle nostre amate birre e perché no, scoprire quali campi non sono ancora stati sperimentati e quali birre si possono ancora produrre.

EXPO.22.10.15--6985Il progetto si chiama DNA & BeerDecoded, finanziato con una raccolta fondi attraverso il sistema di crowdfunding. Più di 124 i sostenitori del progetto hanno donato oltre 10000 euro da destinare alla ricerca del codice del DNA delle birre, ma non solo. L’iniziativa prevede la raccolta di dati, l’elaborazione, l’interpretazione e la divulgazione dei risultati. Per ora i ricercatori sono a quota 100 birre e la strada non è ancora finita.

Per favorire la partecipazione del pubblico, chiunque è invitato a presentare campioni di birra per sottoporlialle analisi del DNA. I partecipanti saranno a loro volta premiati con l’accesso ai dati e le conoscenze raccolte nella loro interezza, senza limitazioni oltre a ricevere il DNA della propria birra.

Sostenibilità alimentare nelle città: buone prassi a confronto

Tutto nasce dal Food Policy Pact al quale oltre 40 città del mondo hanno lavorato per rendere il sistema alimentare delle loro aree urbane più equo e sostenibile. L’intenzione è quella di costituire una rete di scambio di idee, buone pratiche sul cibo da tradurre in azioni concrete.

L’idea del patto è stata lanciata dal sindaco Giuliano Pisapia a febbraio 2014, durante l’incontro di Johannesburg delle città sostenibili. Il 15 ottobre a Expo a Milano si è tenuta la cerimonia ufficiale della firma del Milan Urban Food Policy Pact alla presenza dei sindaci e dei rappresentanti delle città firmatarie. Il testo firmato è stato poi consegnato a Ban Ki-Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, il 16 ottobre 2015. Una carta che è sopratutto un impegno perché i Paesi firmatari abbiano la possibilità di scambiare buone prassi e politiche sulla sostenibilità alimentare. “La produzione, la trasformazione e la distribuzione del cibo, insieme allo spreco delle risorse alimentari, riguardano da vicino il futuro di tutti noi” ha detto Pisapia a Johannesburg “Vorrei coinvolgere tutte le città presenti, molto sensibili su questo tema. Expo 2015 ci offre una grande occasione per pianificare il futuro anche nel campo dell’alimentazione sana ed equilibrata.”

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