Albicocche, pane di segale ed erbe spontanee del Vallese, l’altra Svizzera

Non di solo formaggi e salumi è fatta la Svizzera e oggi andremo ad approfondire tre grandi prodotti in uno dei cantoni elvetici più grandi: il Canton Vallese. Situato a sud ai confini con la provincia di Vercelli e la Valle d’Aosta e il Verbanio Cusio Ossola dà la culla ad uno dei fiumi più importanti e affascinanti d’Europa il Rodano che percorre tutta la Francia per poi sfociare nel Mediterraneo. Oltre a confinare con la Francia (dipartimento dell’Alta Savoia nel Rodano-Alpi), a nord il cantone è vicino al Canton Vaud e al Canton Berna; il Canton Uri e il Canton Ticino invece si trovano a est.

E’ il cantone più soleggiato della Svizzera e la valle del Rodano gode di condizioni climatiche tra le più secche d’Europa potendo così coltivare le mele, l’uva, le pere e persino delle albicocche con aromi e una polpa fine.

La frutta che proprio non ti aspetti è proprio l’albicocca e invece arriva in Svizzera dall’Estremo Oriente poco dopo il 400 portato dal mediterraneo. E’ un prodotto caratteristico del cantone e anche un fiore all’occhiello, perché risiede la quasi totalità della produzione nazionale. La varietà predominante è la Luizet, nome che proviene dal botanico francese  che la coltivò nella valle del Rodano agli inizi dell’800. Prima di allora la frutta veniva trasformata  in conserve, composte o fatta essiccare, poi iniziarono a produrre i distillati di albicocche non ancora mature. Oggi invece la frutta viene consumata fresca da fine giugno sino alla fine di agosto e si producono anche succhi biologici di altissima qualità con succo puro della polpa senza aggiunta di conservanti né zucchero. Un vero nettare degli dei. Il sapore è particolare perché a differenza delle nostre albicocche sono meno dolci, forse perché meno assolate e a causa delle temperature più fredde. Ma vi assicuro che sono molto dissetanti e la leggera acidità gli conferisce un sapore unico.

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Il distillato di nocciolo di albicocche ormai è un’eccellenza svizzera e si chiama Abricotine.  Dagli anni 70 è diventata con l’esperienza delle distillerie un’acquavite di grande fama e qualità grazie alla polpa succosa della Luizet.  Come tutti i distillati, l’Abricotine è principalmente servita come digestivo, ma anche usata per dolci e fa parte ormai dell’ampio assortimento tradizionale di distillati svizzeri fatti a partire di frutta a nocciolo, vinaccia o piante selvatiche.

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Dopo la frutta andiamo a conoscere un altro prodotto, il pane di segale. Uno dei cibi più antichi e più poveri della tradizione contadina che oggi si trova difficilmente sulle tavole. In realtà è un pane lievitato naturalmente che fa molto bene e che non abbiamo più l’abitudine di mangiare. L’ultimo panificio del Vallese che produce la ricetta originale si trova a Simplondorf, un paese di 360 anime. La ricetta originale non prevede l’utilizzo fortunatamente del lievito di birra ma solo di cruschello di segale finemente macinato, acqua sale e lievitazione naturale 12 ore (con pasta madre). Il pane è compatto è ha la mollica umida e un po’ acida. Per queste caratteristiche si è guadagnato la denominazione di “presidio Slow Food” in modo da sostenere la produzione artigianale aiutando la filiera e l’incentivo dell’utilizzo delle vecchie macine di pietra del mulino di Blatten, presso Naters con lo scopo in futuro di riattivare altri mulini a pietra di tutto il Vallese. Nella giornata di presentazione dei prodotti del Vallese ho potuto degustare oltre a questo pane quello con le noci e quello con le albicocche al suo interno e non avrei smesso. E’ un salto nel passato nelle cose semplici e buone di cui si sono persi i sapori. Energeticamente è un cibo vivo che racconta una storia e un territorio.

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Tra un assaggio e l’altro, i racconti dell’esperto botanico di vitigni con la degustazione dei vini vallesani, e i formaggi freschi e stagionati della raclette di diversi alpeggi e stagionature scopro che il Vallese è oltre la valle delle alte vette, come il Cervino e dei ghiacciai più grandi d’Europa, è la culla di un antichissima tradizione di erbe spontanee. Mi sembra inutile spiegarlo, ma le erbe spontanee sono erbe commestibili e medicinali che si trovano in natura passeggiando nelle campagne e nelle montagne “spontaneamente”. Addirittura pare che tantissime donne nei primi del 700 fossero messe al rogo perché praticavano pozioni magiche e accusate di stregoneria. In realtà probabilmente avevano fatto un infuso di melissa e sambuco, erano donne sole, ricche e qualcuno era interessato alle loro eredità. La tradizione però è da ricercare ancora più anticamente diecimila anni or sono per l’utilizzo e qualche migliaio di anni dopo per la coltivazione. E’ una risorsa alimentare indispensabile e una cura terapeutica fondamentale anche nelle famiglie del canton Vallese fino a metà del Novecento. Ora si da il nome di “foraging” ed è molto di moda. Tantissime associazioni organizzano passeggiate per il riconoscimento delle piante e l’utilizzo al fine di riappropriarsi del rapporto uomo natura. La richiesta è cresciuta grazie anche alle numerose iniziative di sensibilizzazione e una nuova forma di turismo di alcune cooperative che stanno risvegliando queste antiche e buone abitudini.

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In Vallese c’è la cooperativa di produttori Valplantes, nata nel 1985 e attualmente si riunisce, con altre cooperative svizzere, per soddisfare  le esigenze dei vari mercati, quali Ricola (avete presente le caramelle della nonna alle erbe? bene, inciamperete in interi prati qui in  Svizzera); Weleda (chi non ha in casa qualche olio per massaggi e crema naturale di questa ottima marca?), ALPAFLOR, DIXA, Reitzel, etc. Valplantes comprende per l’appunto centinaia di produttori del Vallese, coltivando una ventina di specie e produce più di un centinaio di tonnellate di sostanza secca. La selezione di varietà di ceppi selvatici raccolti in natura, lo sviluppo di metodi di coltivazione e loro meccanizzazione, sono state effettuate nelle zone di Conthey e Bruson dall’ufficio federale dell’agricoltura Agroscope di Changins-Wädenswil. Questo ramo dell’agricoltura è un’estensione delle conoscenze e agricoltura di montagna, ampiamente praticata in Vallese.

Questo tipo di produzione biologica di origine montana offre un significativo contributo finanziario agli agricoltori interessati. Il Conservatorio Botanico della Città di Ginevra ha intrapreso negli ultimi anni la conservazione delle specie e varietà rare di flora Vallese. I semi raccolti in natura sono conservati in una banca del seme. Inoltre, alcune specie si sono moltiplicate e sono soggette a conservazione in vivo nei loro giardini e siti naturali.

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La coltivazione delle erbe spontanee faceva parte delle pratiche di maggior parte delle famiglie, fino alla metà del 20° secolo. Alcune specie venivano raccolte per tisane come la verbena, il timo, il sambuco, il crespino, la rosa canina, l’alchemilla. La maggior parte delle famiglie coltivava nei propri giardini casalinghi la camomilla e la salvia. Per uso terapeutico è sempre stata una pratica abbastanza usuale, pensiamo al grande consumo di arnica e di calendula o di sambuco come febbrifugo e come coadiuvante della circolazione. 

Il raccolto e l’utilizzo dei prodotti naturali è sentita oggi come una forte necessità da parte della popolazione. In questo momento esistono moltissimi stage, seminari, corsi e diplomi di naturopatia, corsi di cucina e centri benessere naturali, in questo modo la tradizione della raccolta di piante viene mantenuta e trasmessa, in particolare proprio nel cantone l’esperienza della signora Germaine Cousin-Zermatten è un modello famoso a livello europeo. Una donna che ha contribuito alla cultura delle erbe spontanee commestibili e le antiche tradizioni terapeutiche delle nonne con un centro di formazione e benessere dell’individuo attraverso le cure naturali in Val d’Herans. Ha scritto molti libri e tiene tutt’ora corsi di un weekend e passeggiate per trasmettere le sue  conoscenze.

Per evitare che questa tradizione del riconoscimento delle erbe spontanee venga perso, sarebbe necessario effettuare una educazione ambientale più sostenuta fin dalla tenera età, dalla scuola materna fino alla fine delle scuole superiori. Le iniziative per promuovere le pratiche culturali di ogni genere legati alla natura devono essere incoraggiate. I corsi, i seminari, le conferenze, le manifestazioni, le escursioni botaniche sono tutti modi per mantenere la conoscenza e la pratica di questa tradizione. Nel cantone si trovano ad esempio la Scuola delle piante di Evolène, i seminari di Madame Cousin, le escursioni e le passeggiate, i corsi all’università popolare, la conservazione delle piante commestibili del giardino botanico.

CURIOSITA’:

Un tempo nel canton Vallese, a San Giovanni (24 giugno), si producevano croci con piante sacre, come erba di San Giovanni, l’artemisia vulgaris, achillea e la regina dei boschi, raccolti e benedetti in chiesa e poi fissate sopra le porte delle case e stalle per ottenere la protezione divina, questa tradizione simile è ancora a volte praticata in Valle d’Aosta.

SUGGESTIONE GASTRONOMICA ANTICA: Preparatevi un’insalata di tarassaco con uova sode, pezzetti di albicocca accompagnata dal pane di segale e vediamo se non è un viaggio nel tempo.

RICETTA: POLPETTE DI SEGALE

INGREDIENTI x 4 persone: 2,5 Brodo di verdura; 120  gr di segale vallesana macinata grossa (cruschello di segale)- 1 uovo-1 cucchiaio da tavola di noci tritate- 1 scalogno tritato fine-1 spicchio d’aglio pressato-50 gr di formaggio raclette del vallese DOP, grattugiato- 2 cucchiai da tavola di erbe aromatiche fresche, per esempio maggiorana, prezzemolo, erba cipollina, tritate fini – sale, pepe (a piacimento) – 3 cucchiai da tavola di pane grattugiato – burro per arrostire o crema per arrostire.

PREPARAZIONE: 1-Riscaldare il brodo, unire il cruschello di segale vallesano e cuocere per 5 minuti tenendo coperta il tegame del fuoco e lasciare a bagno la segale. 2-Unire poi alla segale uovo, noci, scalogno, aglio, formaggio ad erbe aromatiche, mescolare e insaporire. 3-Formare delle polpettine grandi come una noce, impanarle nel pane grattugiato. Friggere su entrambi i lati nel burro per arrostire o nella crema per arrostire.

photo di Sylvan Muller dal libro di Dominik Flammer

Mountain Week e i sei paesi dell’ Arco Alpino. Cosa hanno in comune?

Per la settimana della montagna, abbiamo deciso di cercare i comuni denominatori gastronomici  dei Paesi affacciati all’Arco Alpino. Una delle occasioni preziose che può essere l’Expo di Milano è avere un piccolo mondo a portata di decumano.

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Siamo andati a trovare i nostri vicini di padiglione per parlare con loro e porre delle tematiche che ci pareva interessante indagare. Insieme alla mucca Happy Lilly ho perlustrato le Alpi dei nostri vicini di casa e ho posto tre brevi domande che però hanno fatto emergere lati comuni e differenze:

  1. Qual è il piatto  tipico delle vostre montagne (Alpi)?
  2. Avete un esempio di best practice o buone pratiche di produzione di cibo sostenibile nelle vostre montagne (per esempio filiera corta, cooperative)?
  3. La fondue è un vostro piatto tradizionale? Se non lo è, avete una ricetta delle alpi a base di formaggio?

ll toponimo Alpi deriva dal latino Alpes, che può significare “pietra”, “collina”, “montagna”, “bianco”. Le Alpi sono la catena montuosa più importante d’Europa, situata nell’Europa centrale a cavallo dei confini di Italia, Francia, Svizzera, Liechtenstein, Germania, Austria, Slovenia e Ungheria.

Da una suggestione di qualche mese fa ed esattamente da un regalo che ricevetti a Ginevra nasce questo articolo. Il regalo è un libro di quelli grandi, fotografici che cambiano i colori della tua libreria: “L’eredità culinaria delle Alpi” di Dominik Flammer (giornalista gastronomico  zurighese) , un libro che approfondisce le tradizione del cibo delle montagne, le origini, le varietà più sconosciute di erbe aromatiche.

“Il gusto non conosce confini. Si fissa nella memoria, come l’esperienza del primo bacio.”

scrive Dominik. Noi così invece questa volta di “abbattere le montagne” le percorriamo dolcemente per tutti i loro pendii, scoprendo alcune curiosità.

Partiamo dalla Svizzera culla di tutte le fondute e intervistiamo gli esperti. “La “fondue” è una miscela di vari formaggi grattugiati e fusi, servita in una pentola comune (chiamata “caquelon”) su una stufa portatile e mangiata con immersione di forcelle a gambo lungo con il pane (a volte le patate) nel formaggio e per chi lo desidera del pepe.  Mangiare una buona fondue non può mancare durante un viaggio in Svizzera. La fondue riunisce in fatti pane, vino e formaggio, i prodotti più emblematici del territorio.

Lo slogan “la fondue è buona e mette di buon umore” fa ormai parte delle frasi conosciute dagli svizzeri. Questo pasto semplice e conviviale fa dunque implicitamente anche riferimento all’immaginario democratico svizzero, nel quale confluiscono uguaglianza, condivisione e attrazione per la montagna.

La prima ricetta della fondue (chiamata allora “Kass mit Wein zu kochen” cioè “Cucinare del formaggio con del vino”) si ritrova in un libro di ricette del 1699 di Zurigo ed assomiglia al metodo ancora in uso oggi: fare scogliere formaggio in un mezzo bicchiere di vino bianco e mangiarlo con un pezzo di pane.

Nel diciasettesimo e diciottesimo secolo, il Gruyère stava diventando il re dei formaggi (con il parmigiano) e il destino della fondue fu d’ora in poi molto collegato a questo formaggio in tutte le ricette. Alcune proponevano di aggiungere tartufo fresco, uova, succo d’arancia, prezzemolo, champagne…

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Queste numerose ricette continuarono a diffondersi nei secoli: all’italiana, alla “vaudoise” (Gruyère, Emmental, vino, uova), alla ginevrina (la stessa ma con crema), alla piemontese (toma, fontina, crema, uova, tartufo), alla vallesana (che infatti assomiglia a una raclette).

Se oggi si trovano ancora tanti tipi di fondue la più nota è la fondue moitié-moitié, preparata con Gruyère DOP (formaggio pasta dura, forme di 30 kg) e Vacherin friburghese DOP (formaggio a pasta semi-dura, forme di 7kg) mescolati con vino bianco, kirsch e fecola di mais, e la fondue di Vacherin friburghese DOP, ritenuta più leggera, che si compone solo di questo formaggio reso più cremoso dall’aggiunta di un po’ d’acqua.”

Dopo aver approfondito il piatto, forza motrice di questa inchiesta, andiamo anche ad esplorare se ci sono buone pratiche che permettano che tutto ciò accada. Possiamo mangiare bene, partendo da un agricoltura sostenibile, da buone prassi di produzione dei formaggi stessi, dal biologico passando dagli allevamenti non intensivi con uno sguardo all’ambiente e alla stagionalità della natura. Nelle nostre montagne esistono esempi da seguire e conoscere a cui ispirarsi.

Le buone pratiche di sostenibilità in Svizzera sono ad esempio quelle della Valposchiavo, una valle dell’arco alpino che ha fatto del biologico il suo cavallo di battaglia. Progetto 100% Valposchiavo è stato scelto da Slow Food proprio come una storia virtuosa da essere raccontata.

Nella mappa di Slow Alps la Valposchiavo è stata presente con il Presidio Slow Food del Furmagin da Cion della Macelleria Scalino che, insieme agli altri Presidi svizzeri, ha portato alta la bandiera delle produzioni alimentari alpine di qualità. -Ma di questo progetto vi racconterò la prossima settimana quando salirò il 17 giugno sul treno che attraverso la Valtellina arriverà nella vicina Valposchiavo per una visita guidata a Poschiavo per conoscere la Smart Valley bio.

Ma andiamo a scoprire quali sono i piatti tipici per esempio delle Alpi italiane. Anche qui ritroviamo la fondue in Valle D’Aosta.  Il piatto è a base di fontina abbinata al latte, burro e tuorli d’uovo. Questo piatto nutriente è da accompagnare con dadini di pane tostato, con la polenta e il riso. E’ un piatto tipico delle nostre montagne così come lo è in Francia nella zona di Rhône-Alpes.

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La fonduta di formaggio francese è ampiamente conosciuta come la fonduta savoiarda. E’ preparata con vari tipi di formaggi come Comté, Beaufort o Emmental, la tradizionale ricetta savoiarda è una perfetta combinazione di formaggio e vino bianco.

La “Fondue” nelle zone del  Rhône-Alpes è diventato uno dei pasti principali della gastronomia francese. Originariamente conosciuto come piatto povero, la fonduta savoiarda è decisamente rinomato oggi per il suo aspetto sociale. Nel tardo 17° secolo, si otteneva mescolando e fondendo tutti gli avanzi di formaggio. Si pensa anche nella zona Savoia che la fonduta di formaggio fu  originariamente preparata per non sprecare il formaggio e  il pane che venivano prodotte in estate e sarebbero diventati duri durante l’inverno.

In ogni caso, la ricetta della fonduta Savoiarda in realtà risale al 1930 e consiste nel combinare vino bianco con formaggio fuso, aglio condimento e un po’ di amido di mais per addensare il composto.

Secondo l’usanza francese, se si lascia cadere un pezzo di pane nel caquelon, gli altri ospiti possono lanciare una sfida per prenderselo.

In Germania invece? Avranno la fonduta?  Siamo andati a trovarli e pare di no. Anche per loro gli ingredienti fondamentali dei loro piatti sono i formaggi, le carni, i pesci di lago. Ma non hanno una vera e propria fonduta.

Il piatto tipico è il Whitefish del lago di Costanza, terzo lago più grande di Europa con il suo paesaggio unico naturale e culturale, ricco di flora e fauna. Le specialità locali sono parte integrante di questa regione e nessuna visita è completa senza aver pescato coregone europeo. Anche se il lago ospita anche altre specie, il coregone europeo è il pesce più comunemente pescato ed è servito fritto, al vapore o affumicato in molti modi diversi nelle case e ristoranti della zona. Nella regione alpina, situata a sud ovest della Baviera, in Algovia è rinomata per il formaggio di montagna. Un formaggio aromatico a pasta dura, da latte crudo, prodotto originariamente nei masi nei primi dell’800 e in seguito nei caseifici. Nello stesso periodo si iniziò a produrre l’Emmental (originario dalla Svizzera diffusa grazie all’immigrazione). La specialità ha un aroma forte di noci la producono in forme dai 40 ai 130 Kg e lo chiamano il “Fratello maggiore” del formaggio di montagna. Il piatto tipico invece a base di formaggio è Allgäuer Kässpätzle, la versione tedesca di un pasticcio di maccheroni e formaggio. Une delle loro buone pratiche di sostenibilità sono tutte concentrate sulla salvaguardia delle acque del loro Lago di Costanza, uno delle più grandi riserve di acqua potabile in Europa, dagli scarichi reflui delle industrie agricole e dalle immissione di concimi. Questo è ciò che stava accadendo nel Lago di Costanza, già nel 1950, l’ingresso non trattato delle acque reflue aveva già provocato un massiccio aumento dei livelli di fosforo, che ha messo il bilancio dell’ossigeno del lago in pericolo. In uno sforzo internazionale che è stato senza precedenti, al momento, gli stati sul lago hanno deciso di seguire un programma di protezione comune dal 1959 in poi che ha invertito il danno dell’acqua attraverso la costruzione di impianti di trattamento e limitando fosfati nei detergenti. Il progetto è gestito da Internationale Gewässerschutzkommission für den Bodensee (IGKB).

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Proseguendo verso est arriviamo in Austria, dove Happy Lilly, la mucchina svizzera, si è potuta rinfrescare nel vapore dei boschi del padiglione mentre chiacchieravo amabilmente sui piatti tipici delle montagne. Il padiglione è di per sé una buona pratica, fatta di boschi e di tecniche di evotraspirzione. Dove l’aria concettualmente diventa cibo. Il loro piatto tipico non è la fondue, ma il Kasnocken o meglio Spaetzle austriaci, gnocchetti di farina uova e acqua, con formaggio di montagna e cipolla caramellata.IMG_0956

 “La percentuale di aziende agricole biologiche rispetto al numero totale delle aziende agricole ha raggiunto il 16,5%, il che significa che un’ azienda agricola in Austria su sei è un’azienda agricola biologica. Quasi il 20% delle aree agricole è di denominazione biologica. In Austria una grande quantità di cibo è già prodotta con tecniche sostenibili e la gamma di prodotti biologici a disposizione dei consumatori nei supermercati è il più alto che altrove in Europa.“

Le Alpi proseguono in Slovenia e poi ancora in parte in Ungheria. Siamo andati a trovarli e grazie al decumano non sono così difficili da raggiungere.

All’interno del padiglione sloveno si potrà subito essere pervasi da un profumo di pane di grano saraceno appena sfornato ed assaggiarlo, un’esperienza che ti dice subito “casa”, qui si possono provare i loro piatti tipici della regione di Gorenjska. Il grano saraceno è tradizionalmente il simbolo della Slovenia presentato a Expo come un cibo molto sano, utile per l’uomo, gli agricoltori e le api. I sacchetti dei semi sono a disposizione per chi volesse prenderli.

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I piatti tipici della dieta pastorale alpina di questa regione riguardano latte e formaggio, e comprendono specialità tradizionali come masovnek (a base di farina e crema acida) e il semi morbido e aromatizzato formaggio mohant della regione del Bohinj. Un formaggio tipico dall’odore forte, misto di latte acido e formaggio cagliato, oppure solo cagliato simile alla ricotta caratterizzato da pratiche contadine ancora tradizionali.

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E infine L’Ungheria che si unisce nella parte sud ovest del paese alle Alpi, ma anche per loro troviamo ricette con il formaggio. Il loro piatto tipico che tutti conosciamo è il Goulash, una zuppa popolare a base di carne patate, verdure, paprika e spezie. E’ il loro comfort food, che fa bene al cuore ti fa sentire a casa ed è caldo. Ma per quanto riguarda invece un piatto simile alla fonduta si chiama Korozott con tùrò cheese o meglio la nostra ricotta con paprika e spezie, è una sorta di Hummus dell’Ungheria. Oppure un altro piatto tipico casalingo è la frittata di formaggio. L’Ungheria delle buone pratiche pone l’attenzione economica e legislativa sulla produzione di alimenti geneticamente non modificati essendo l’agricoltura uno dei capisaldi della loro economia.

“E’ così che nasce e si forma la nostra identità gustativa, un luogo di appartenenza, impresso nel più profondo di noi e impossibile da dimenticare, anche lontano da casa. Un’appartenenza che non può definirsi in base all’idea di nazione, di confini o di lingua.”

Grazie alla settimana della montagna che termina oggi, siamo riusciti a conoscere i punti comuni dei paesi sulle Alpi, in cui le differenze non sono caratterizzate dai confini geografici, ma dalle temperature, dalle condizioni fisiche e morfologiche, Le similitudini sono più numerose di quello che possiamo pensare e i prodotti da valorizzare e le abitudini pastorali sono comuni a molte realtà di montagna.Oltre ai formaggi, le carni, il grano saraceno, le erbe e gli stessi frutti, quante cose ancora potremmo scoprire e studiare. Il viaggio delle Alpi è ancora lungo…quindi, zaino in spalla.

Tram Experience e la cucina piemontese approda in Belgio

Si parte per una nuova esperienza con Marcello Trentini.  Da un’iniziativa di Turismo Torino e Provincia e Città di Torino che ha fatto entrare Torino, unica città italiana, nel 2012 all’interno della rete Délice, rete internazionale che promuove le eccellenze culinarie e la buona gastronomia.  Bruxelles – riconosciuta come città gourmet internazionale – in occasione dell’iniziativa “Tram Experience”, un progetto di VisitBrussels,  dà la possibilità alle persone di gustare eccellenze gastronomiche internazionali. 11391628_10152992914583505_8538861957888727826_n Délice creata nel 2007 dalla Città di Lione essa riunisce attualmente 23 città da 4 continenti, le quali, grazie al loro patrimonio culinario e alla loro esperienza in ambito gourmet si ripropongono di diventare tra le più importanti destinazioni gastronomiche a livello internazionale. 11329982_10152992914318505_6885503121745033283_nQuesta sera 4 giugno si presenta alla stampa, agli operatori turistici e ai blogger locali con il ristorante Casa Vicina da Eataly e Magorabin, le stelle torinesi, i piatti che saranno protagonisti per ben 6 settimane su un tram elegantissimo e storico che viaggerà all’interno della città. Rimanete connessi e seguiteci live-tweet con #tramexperience e vi racconteremo sui social questo particolare evento. Gastronomia tradizionale e moderna torinese conquisteranno i palati più nordici.