Food Diplomacy e la seconda tappa del #girodelgusto svizzero verso l’Expo.

La seconda tappa del Giro del Gusto del Padiglione Svizzero si è tenuta a Roma nella splendida cornice di Villa Maraini dal 22 al 26 settembre. Il Sig. Maraini per l’appunto, un imprenditore svizzero, primo importatore di barbabietole in Italia, ha donato questa splendida villa all’Istituto Svizzero perchè diventasse centro di studio per giovani scienziati e artisti che avessero avito il desiderio di approfondire la loro cultura in Italia. Ero già stata ad aprile  nel Canton Ticino e in quello Vallese alla scoperta dei prodotti e delle realtà locali, ma ho avuto il piacere di nuovo di essere ospite a Roma per seguire da vicino le conferenze.

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La settimana è stata piena di numerosi appuntamenti, confronti, concerti e  reading e  l’intento degli organizzatori  (Confederazione Elvetica in collaborazione con l’ISR, l’Ambasciata Svizzera di Roma, Presenza Svizzera con la Rappresentanza permanente della Svizzera presso le organizzazioni internazionali in campo alimentare-FAO, IFAD, PAM) era quello di far conoscere diversi aspetti della loro cultura oltre agli stereotipi che abitualmente si associano al paese.

Per sapere quali e chi è intervenuto consiglio di leggere il post della mia collega Alessia Bianchi, perchè io invece mi vorrei soffermare e approfondire per un momento un argomento interessante forse anche per la mia passione di qualche anno or sono, ma nemmeno tanto tempo fa: la Food diplomacy e/o Gastro dipolamcy. Qualche cenno giusto per incuriosire e dare spunti di riflessione oltre al tam tam  di ricette e di cibo che per l’essere umano in questo momento pare sia argomento basilare di vita quotidiana.

Alessandra Roversi esperta di gastrodiplomazia ed eredità di uno dei master prestigiosi di Pollenzo racconta le basi di questo tema così interessante.

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Come diceva, Rockower: la Gastrodiplomacy  o ” Diplomazia culinaria , noto anche come gastrodiplomacy , è un tipo di diplomazia culturale , che di per sé è un sottoinsieme di diplomazia pubblica . La premessa fondamentale è che “il modo più semplice per conquistare i cuori e le menti è attraverso lo stomaco.” I programmi di diplomazia culinari sponsorizzati dal governo ufficiali sono stati istituiti in Thailandia , Corea del Sud , Malesia , Perù, e Stati Uniti .

“Da sempre il cibo fa parte delle negoziazioni internazionali tra gli stati.” Continua Alessandra Roversi. “Quando vai a mangiare insieme. Se il tavolo è rotondo o quadrato fa la differenza, a chi siedi vicino o a chi vuoi stare lontano può avere un significato diplomatico. Se metti il coltello e la forchetta, o le bacchette ha un valore di appartenenza di origine.  Jimmy Carter Nobel per la pace nel 2002, 39° presidente degli Stati Uniti, le prime volte che usava le bacchette (tipiche cinesi) era in forte difficoltà. Per cui puoi mettere il tuo interlocutore a disagio in base alle tue abitudini alimentari o metterlo nelle condizioni di poter mangiare agevolmente a seconda di cosa si vuol trasmettere e comunicare”.

Si chiamano giochi di negoziazione internazionale.  Anche nel privato ci sono giochi di potere nel come prepari il cibo e come lo si porge alle persone. Nell’ingestione del cibo c’è anche l’ingestione del tuo argomento. E ‘ interessante pensare come si possa aprire la via ad una negoziazione facilitata. Dare poco da mangiare è un messaggio. Dove porti la persona a mangiare è un segnale. Ad esempio Obama che porta Dmitry Medvedevin in un Ray’s Hell Burger, per comunicargli che è vicino al popolo. La prima cena tra Gorbaciov e Reagan, Reagan portò il vino americano prodotto nella Russian River Valley in California, vino di casa propria e fu la valle anche colonizzata dagli emigrati russi nel 19 secolo . Non era a caso, ma un preciso intento.

Andando indietro nella storia si ritrovano segnali di food diplomacy molto chiari. Durante il Congresso di Vienna per riprendere il suo ruolo la Francia in particolare il diplomatico francese Talleyrand  aveva assunto lo chef Marie Antoine (Antonin) Carême inventore del pièce montée, elaborate preparazioni di pasticceria, spesso alte oltre un metro, utilizzate come centrotavola e fatte interamente di zucchero, marzapane organizzando cene incredibili per creare un ambiente favorevole e sereno per le trattative.  Si dice nei trattati storici che “la Francia abbia riconquistato il suo posto al tavolo delle negoziazioni  grazie al tavolo delle cene”. C’è anche una rappresentazione del congresso di Vienna con la Francia per terra sotto un tavolo imbandito.

Dopo la food diplomacy tra gli stati è venuta la moda della gastro-diplomazia, ossia dallo stato alle persone. Gli stati parlano al pubblico cercando di costruire una propria identità attraverso la cucina. In Malesya ci sono dei veri programmi in cui vengono pagati dei veri Food Truck  per dire la “Malesya’s food is wonderful”.  Lo stesso vale per la Corea che ha ingaggiato delle vere e proprie band per andare n giro tra le persone e cantare e fare propoaganda sul cibo coreano “Is the best”.  Programmi ambiziosi in cui investono dei veri soldi arrivando al punto di mandare cuochi nelle scuole per convincere della bontà del cibo del proprio paese. Un vero e  proprio programma di valorizzazione dell’identità attraverso il cibo.

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La  food diplomacy  fa parte di quella corrente detta “soft power”,coniata negli anni 90 da Joseph Nye della  Harvard University. Tutti i paesi di media importanza che si occupano di gastrodiplomazia sono anche quei paesi più deboli sotto altri aspetti come l’industria, e la forza militare. Per catturare sfere di influenza usano la musica e la cultura (persuasione culturale). Ogni paese ha un proprio nickname associato alla Diplomacy: per esempio in India (e non a caso lo cito, avendo visitato il paese il mese scorso) hanno costituito i “samosa dplomacy” che ho imparato a fare in un folkloristico corso di cucina sulle scogliere di Varkala. A volte però il cibo può sfociare “nell’hard power” conflitti internazionali a colpi di cibo. Come la gara dell’hummus più grande del mondo tra il Libano e Israele (o guerra dell’Hummus). O come tra la Cina e la Corea e la Cina con Il Kimchi. Sfortunatamente in questi casi le icone del food e la cucina locale non sono usate per scopi culturali e di diplomazia culinaria,  ma sono un’estensione di veri e propri conflitti armati.

Un altro aspetto che ha catturato la mia curiosità, parlando ancora sull’argomento con Alessandra che mi faceva notare un’altro punto di vista, è che la diplomazia è un gioco maschile di potere politico e militare, mentre la cucina è stata vista sempre come argomento futile, leggero e femminile e anedottico della vita. In questo caso con la food diplomacy prima e con la gastro diplomacy in seguito,  arriva sino nella sfera della diplomazia maschile. E’ interessante studiare questo fenomeno di femminizzazione della diplomazia. Questo è quello che diventa la politica degli stati, uno shift e slittamento del punto di vista.

La cucina non è più solo un argomento leggero o forse non lo è mai stato sin dal Congresso di Vienna o ancor prima quando i centurioni battendo i calici di vino dovevano guardarsi negli occhi per intuire se lo sguardo del nemico nascondesse intenzioni malevoli, scoprendo così di avere i calici avvelenati. Motivo per cui porta bene o è caldamente consigliato guardarsi negli occhi ad ogni brindisi o cin cin. Buon cibo a tutti e aspettiamo L’Expo2015. 

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Fonti: #GirodelGusto 2° tappa a Roma Food diplomacy-esperienze a confronto tra Svizzera, Thailandia, Messico e ItaliaAlessandra Roversi : “Visceral diplomacy: how governments use food to engage with foreign audiences.”http://www.canalacademie.com/ida3024-L-Europe-a-table-le-Congres-de-Vienne.html;  http://fr.m.wikipedia.org/wiki/Marie-Antoine_Car%25C3%25AAmeBarack Obama and Dmitri Medvedev in ‘Ray’s Hell’ burger diplomacy”, The Telegraph, June 24, 2010.

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