Un salto nel tempo al Sabaudia

palazzina-caccia-stupinigi-nuovaUna giornata uggiosa di fine febbraio, una strada lunga e dritta che scocca come una freccia dal suo arco è quella che porta alla Palazzina di Caccia di Stupinigi cha accoglie Torino mentre si dirada in periferia. Mi ha sempre confortato fare questa strada, perché la parte di Torino un po’ anonima e periferica si trasforma in pochi kilometri in una realtà storica di altri tempi, solo come Torino sa fare.

Luogo di loisir e di caccia, fu dimora prediletta dai Savoia per grandiose feste e solenni matrimoni, oltre che residenza di Napoleone all’inizio dell’Ottocento.

“Filippo Juvarra progettò per il sovrano un’architettura straordinaria, ispirandosi al modello delle coeve residenze mitteleuropee. Al completamento del progetto lavorarono ancora Benedetto Alfieri e altri architetti del ‘700, mentre ebanisti e intagliatori, stuccatori e doratori contribuirono a configurare l’apparato decorativo.”

 Nel 1832 la palazzina divenne di nuovo proprietà della famiglia reale e il 12 aprile 1842 vi fu celebrato il matrimonio tra Vittorio Emanuele II, futuro primo re d’Italia, e l’austriaca Maria Adelaide.

In una cornice così non poteva mancare un ristorante di antica tradizione Sabauda, da cui il nome del Ristorante per l’appunto, situato in uno dei bracci della Palazzina, dove un tempo personaggi di corte alloggiavano tra scoiattoli e volpi. Cerco sempre di immaginarmi come poteva essere quel luogo nell’800 ai tempi di Napoleone, perché in realtà il tempo in questo luogo non è così passato.I segni, le energie e le immagini per un attimo chiudendo gli occhi prendono forma velocemente.

Non so a cosa sia dovuto forse al fatto che l’afflusso turistico non è massiccio come alla Reggia di Venaria. Ma c’è lo spazio e il tempo per lasciare parlare i muri, i mattoni, gli alberi e ascoltare le storie.

Il ristorante sembra un piccolo superstite dell’antica bellezza del tempo. Luogo accogliente e caldo, romantico ed elegante con colonne e soffitti con travi fatti emergere dagli intonachi. Una scala a chioccia un camino del XV secolo, le vetrate a mosaico. Mattoni a vista e tavoli apparecchiati in stile sabaudo. In cucina una famiglia, madre e figlio, il marito in sala che propone vini e formaggi portandoti in sentieri culinari prestigiosi. I formaggi sono quelli delle valli piemontesi e i vini sono scelti da un sommelier doc il sig. Pavan cantastorie di agricoltori, paesi, sentieri e animali al pascolo, metodi e lavorazioni. Mentre dall’altra parte delle pareti mamma Pavan e figlio impastano e producono “plin” alla vecchia maniera con la pasta fresca fatta proprio con le 30 uova, non di meno e non di più  ci tiene a sottolineare Andrea. E poi le dosi sono studiate nel tempo per trovare il giusto mix di consistenza e sapore.. Sono un po’ più grandi perché qui si ama mangiare e le dosi e le forme sono da veri piemontesi doc. Gli antipasti sono studiati nel tempo e quelli più apprezzati dalla clientela sono quelli che non mancheranno mai dal menù. La verticale di carne cruda, dalla’albese alla tartare al pseudo hamburger appena scottato. O la cipolla, ma una cipolla bianca molto grande, ripiena di salsiccia di Bra e Toma di Raschera. Oppure quelle cocotte, che pronuncerei all’infinito, ma non fa lo stesso effetto a scriverle, di zucca, funghi porcini e fonduta di parmigiano. Per il primo non potevamo non assaggiare i fagottini (chiamali fagottini!!) del Plin con Burro di Alpeggio. Una coccola dall’antico passato. Ho assaggiato anche gli gnocchi di patate della Val Chisone con salsa al Castelmagno D.O.P, e il sapore delle patate emerge dalla salsa di formaggio con una dolcezza dirompente e una consistenza di cui abbiamo perso il ricordo. Sui secondi io mi sono lasciata attrarre dal filetto di Fassone alla piastra ai tre Sali e la mia dolce compagnia dai bocconcini di cervo ai mirtilli. Il menù offriva anche altre leccornie che avrei provato volentieri: il petto d’anatra con glassa di miele e bacche di ginepro e pepe rosa o le lumache di Cherasco di cui vado ghiotta. Ma vorrei tornare a festeggiare qualche ricorrenza amorosa, qui si celebrano alcuni dei matrimoni più importanti della nostra storia.

Alla fine mi sono lasciata tentare dalla variazione di formaggi derivanti dalle nostre valli piemontesi, dai caprini alle tome, iniziando dal più leggero al più stagionato accompagnato il tutto dal miele servito direttamente dalla fava, un sapore delicato leggero dove il retrogusto fiorato e di campo risalta il gusto del formaggio di alpeggio.

Non potevano mancare i dolci: piccoli assaggini di una bontà genuina. Io non vado matta per i dolci in generale, ma devo dire che i loro mi hanno letteralmente conquistato. Il pettino di gallina (o meglio una rivisitazione del tiramisù) con scagliette di cacao ecuadoregno, amaretto e caffè peruviano. Una spuma di Zabaione, e un “bonet” della classica tradizione piemontese scuro intenso e penetrante. Il nostro pranzo è stato poi accompagnato da un Barolo del ‘99 della riserva Cadia, credo uno dei vini migliori incontrati nel mio vagabondare culinario. “Uva al 100% Nebbiolo e affinamento per 24 mesi in Barriques e 12 mesi in bottiglia. Vino austero per il suo colore rosso con leggeri riflessi aranciati; al profumo si denotano sentori di rosa canina accompagnata dalla liquirizia, al palato la potenza alcolica è ben calibrata con i sentori di frutta e di spezie”. Un barolo che fa bene alla salute, stimola sorrisi, illumina gli occhi languidi e le parole diventano scorrevoli. Un’esperienza incredibile quella al Sabaudia per me, per la miscellanea di aspetti che più mi appartengono: cultura, tradizione, simpatia, calore, famigliarità, prodotti del territorio ed esperienza in evoluzione in cucina. E’ un angolo di Torino che merita essere visitato per la residenza Reale per l’atmosfera magica, per una fotografia nel tempo che è ancora in grado di regalarci emozioni. Tornerò, il menù cambia, e sono curiosa di provare tutte le prelibatezze della primavera, so che mi sorprenderà. Salutiamo, facciamo le ultime foto, e usciamo dalla bolla di grazia e gusto quale è il Sabaudia. Arrivederci a prestissimo.

Qui di seguito la video-recensione del ristorante Sabaudia, riprese, momenti con protagonisti e O-Zeta, quando dobbiamo raccontare delle storie lo facciamo con tutti i mezzi a disposizione.

Sabaudia Viale Torino 11, Nichelino, Torino tel .347 264 2562

La Strambata #glutenfree with chic

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Stiamo diventando tutti celiaci? Perchè la maggiorparte della popolazione sta diventando allergica al glutine? Ci sono diverse ipotesi in merito, un po’ come le intolleranze, ma più che altro per il sistema di taglio del grano e per far crescere  maggiormente i chicchi in poco spazio, questo probabilmente ha creato una modificazione genetica responsabile dell’aumento repentino della celiachia. Senza contare la nostra dieta basata esclusivamente sui carboidrati. E’ diventata una malattia sempre più diffusa, non si sa se a causa degli OGM o a causa della nostra alimentazione monocibo. Ma ora ricorriamo ai ripari. Chi ha questo problema deve stare molto attento a non introdurre alimenti con glutine, ma il problema è anche la contaminazione nella stessa cucina attraverso l’uso delle stese pentole,pianali e barattoli: le polveri che volano delle farine potrebbero contagiarne i cibi privi e questo è un bel problema per i nostri amici celiaci. A Torino però….., puntini sospensivi di orgoglio,  hanno aperto un ristorante. Già. Solo per Celiaci. Già. A San Salvario (questo è un po’ meno una novità, già). Un po’ spostato dalla movida fortunatamente per chi lo deve raggiungere. Si chiama La Strambata. Un cuoco abilitato alla cucina con numerosi corsi di formazione. Un menù di primi e secondi. Volendo testarne la qualità sono andata con la mia amica medico ed epidemiologo celiaca e vegana, un termometro umano di cibi e un segugio sanitario. Cosa non mangia da tempo un celiaco? ……Ci siamo buttate sulla pizza!! Rigorosamente di farina di riso e mais alle verdure grigliate. E’ stato una gioia vederla mangiare felice quello che di solito non può permettersi in giro per ristoranti comuni. Non contente abbiamo sperimentato la tempura di verdure, anche queste fritte in una pastella di farine speciali. Niente carni, niente cosucce e pietanze facili. Abbiamo messo a dura prova la cucina e lo chef. E……? Prova superata, quasi differenze impercettibili nel gusto, alta qualità del metodo di cottura, forse la pizza doveva essere cotta maggiormente….ma siamo state veramente sorprese e soddisfatte dai piatti impossibili. Io gioivo con lei. Dota dolente. ha i prezzi superiori alla media torinese. Ma ne vale la pena spenderli per togliersi qualche sfizio che fa bene alla salute e sopratutto alla mente. Per il primo appuntamento va benissimo. Stra consigliato se trovate il vostro lui o la vostra lei con problemi di celiachia, non demoralizzatevi c’è il posto per stupirli ed accoglierli. Possiamo essere diversamente mangioni e appagati.

La Strambata, Via Foscolo 2, Torino tel 011 6692681

Osteria dei Vecchi Sapori-Milano

Passeggiando per Milano per l’occasione del FoodCamp a cui ho partecipato il mese scorso volevo andare a mangiare un piatto veloce prima della riunione nel quartiere Isola, per intenderci vicino a Porta Garibaldi. I ristoranti e i bistrot a Milano sono decisamente interessanti e ce ne sono per tutti i gusti, ma un torinese a Milano si sente sempre un po’ spaesato dai prezzi. Gli stipendi non sono gli stessi a distanza di circa 150 km e la chicceria manifesta dei nostri cugini è sempre poco fruibile per un torinese medio. Per cui giravo avanti e indietro per le vie soffermandomi sui menù e sui prezzi. Bè non si scendeva sotto i 15 euro al piatto. E per un pranzo veloce mi sembrava veramente troppo. Un po’ stanche e ormai con mezz’ora di tempo vediamo un’osteria, dei Vecchi Sapori e ci siamo catapultate stringendo le borse e chiudendo gli occhi. Come va, va. Il locale era molto elegante, raffinato, ma alternativo con lunghi tavoli di legno e luci soffuse, foto alle pareti d iviaggi esotici d’oriente con pavimento in ciotoli che rendeva tutto molto rustico; pienissimo di gente e lavoratori con valigie e Mac come commensali. Ho avuto un attimo di vertigine e ho pensato qui finisce malissimo. fotosalaE invece aprendo i menù, portati alla velocità della luce, ho iniziato a vedere piatti interessanti a prezzi assolutamente accessibili. Bene la prima sensazione di godimento l’ho avuta quando sono arrivati a prendere le ordinazioni ad un’efficienza nordica, commovente. Purtroppo nella vena sabauda che mi si confà, quando sento produttività e  velocità mi si drizza la peluria come un pavone. Riconosco i cugini e resprio. Questione culturale e spesso una debolezza, ma lo ammetto e l’ho accettata I piatti nel menù sono moltepilici ma della tradizione: la Milanese, il risotto allo zafferano, la trippa, gli ossobuchi. E io scelgo quest’ultimo con patate e piselli. I piatti arrivano in un men che non si dica in dieci minuti. Acqua e pane di qualità.

ossobuc

In venti minuti avevamo mangiato porzioni abbondanti e buone. Semplici, ma ottime per un pranzo veloce. Conto: 10 euro a cranio con caffè. La musica di sottofondo era anche quella giusta e tutti i miei sensi sono stati appagati. Noi siamo state anche puntali all’incontro e soddisfatte del rapporto qualità prezzo. Le mie amiche Francesca Gonzales e Valentina di Cucina e Cantina hanno anche abbandonato a metà il loro stinco di maiale per l’eccessiva porzione per cui…che volete di più? Bravi, a volte basta poco per soddisfare un cliente però chi riesce ne ha tutti i meriti. Velocità, semplicità, prezzi accessibili e cibi buoni. Non chiediamo tanto per un pranzo.

Osteria dei vecchi Sapori Via Francesco Carmagnola, 3  20159 Milano
02 668 6148

Poi via da Fiori e Fornelli e Foodcamp, purtroppo non ho avuto modo di mangiare ma la location vale la pena anche solo per un the e una torta. Via Pastrengo 18, quartiere isola, info@fioriefornelli.it

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