Fontanacervo, le mucche in città.

IMG_6119Succede che poco distante dalla tua città, ci siano quadrupedi pelosi con occhi grandi come due lune e nasi grandi a forma di cuscini spugnosi, che arrivano dalla Danimarca, piccole color champagne che producono un latte dolce di suo. Sono le mucche dell’azienda agricola e famigliare Fontanacervo di Villastellone.

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La Cascina ha origini sin dal 1600 dove gli antenati allevavano mucche da latte e coltivavano i campi; dagli anni ’90 in poi inizia la trasformazione del latte in yogurt e nel 2004 del latte in formaggi. Ora, l’azienda produce foraggi all’interno dell’azienda agricola; lavorazione e produzione avvengono in poche ore. Tutte le materie prime avvengono a basso impatto ambientale senza sostanze chimiche negli alimenti che producono.

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Una vera e propria oasi di pace nelle campagne prossime torinesi in cui Il mangime lo coltivano nelle terre circostanti, rigorosamente controllato, fieno e paglia con aggiunta di integratori minerali in percentuale diversa a seconda dell’età di maturazione della mucca e della sua feritilitá. Qui a Fonatanacervo si produce latte e come è giusto che si conosca, le mucche fanno il latte solo dopo che hanno fatto i vitellini. Sembra scontato, ma in effetti è nel comune pensare che il latte lo producano sempre. Qui la maternità invece è curata nei minimi dettagli. Accompagnano le mucche nell’inseminazione, nella gravidanza e nel parto. Pensa proprio a tutto Famiglia Crivello: al cibo, agli spazi che siano consoni alle gravide; che non siano troppo esposte alle correnti d’aria o al caldo, nemico numero uno delle mucchine. Un vero e proprio accompagnamento alla maternitá. Poi i vitellini appena nati vengono nutriti con due litri di latte al giorno. Quindi Fontanacervo è una vera e propria fabbrica del latte. Un latte sano, dolce e controllato.

IMG_0626 IMG_0666Dolce non perché vengano aggiunti zuccheri, ma perché le mucchine danesi producono e vengono munte a distanza di tempo controllata, in modo che il loro latte sia più concentrato e con una dose proteica maggiore del normale. Il capo famiglia deciderà poi negli anni di investire anche nella trasformazione in formaggi, gelati e yogurt. Nasce così un proprio spaccio di vendita in mezzo alla campagna. Qui arrivano in bici a fare la scorte per i paesi circostanti. I formaggi che producono sono la freschissima, i tomini, la ricotta, lo stracchino e poi diverse robiole tutte testate personalmente. Ma non finisce qui, hanno anche il reparto per la produzione di yogurt in cui il patron formaggiaio ci spiega che usa il metodo della pressione per rendere denso lo yogurt a differenza di quelli più industriali che ad una lettura più attenta non sono nemmeno yogurt, ma l’etichetta enuncia crema di latte, cioè panna vera e propria. Certo che poi vince il sapore. Ma qui invece siamo davanti ad un prodotto naturale con milioni di fermenti lattici tutti natural style.

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Infine assaggiamo il gelato rigorosamente artigianale, qui non ci sono dubbi, Ma io scettica di natura chiedo conferma che non vengano usate le basi e la figlia che si occupa del marketing e della comunicazione aziendale, mi guarda come se avessi profanato una tradizione e mi risponde: “Ma con le uova, il latte delle mucchine danesi e la panna naturalmente!!!!” L’aspetto che mi colpisce di più è vedere Enrica che ci parla delle sue mucche come quando parli di un animale domestico, ripete di continuo il carattere docile e dolce, le accarezza sul muso e loro ricambiano con qualche sberluccata alle mani. Vengono con il muso a cercare le coccole e tutto mi risulta destabilizzante. Mi sembra di essere tornata tra i monti con Heidi e il suo nonno. In fondo l’infanzia di Enrica è trascorsa qui e forse non è così distante dalla mia fantasia.

I macchinari sono moderni, gli ambienti sterilizzati e completamente isolati d qualsiasi carica batterica dall’esterno.IMG_0661

La visita alle stalle, ai campi coltivati, e ai laboratori di produzione terminano con un abbondante aperitivo a base di formaggi Fontanacervo e un buon vinello bianco langarolo.IMG_0669 Portiamo il nostro pacco regalo a casa per provare le specialità restanti e ci avviamo felici di aver conosciuto un’azienda così preziosa. Un’azienda dove si conciliano la tradizione famigliare, la professionalità dei padri e l’innovazione tecnologica dei figli, i social network e il marketing efficiente. Nonchè un ‘attenzione al buono e al sano, inseguito anche con le tecniche moderne più sofisticate. Per un attimo mi sembra quasi di non essere in Italia, ma in qualche realtà olandese, poi mi devo ricredere con i pregiudizi sul mio paese e valorizzare finalmente una realtà tutta italiana che può fungere da esempio anche per altre esperienze.

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Da piccoli si andava alla Centrale del Latte, ora sarebbe utile portare le scolaresche a visitare realtà come quella di Fontanacervo. Intanto il 25 maggio la Cascina apre ai visitatori e potrete tramite prenotazione fare la mia stessa esperienza consigliatissisma per un sabato con i vostri bambini all’insegna della aria del gelato e di formaggi sani.

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Roma cacio e tutta pepe….

IMG_0157Andare a Roma è sempre una vacanza, anche per poche ore. Fin da quando avevo 20 anni andavo nella capitale una volta al mese, facevo tre colazioni a base di cornetti, come si chiamano qui, la giornata iniziava molto tardi, cenavo da Oio a casa mia a Testaccio in cui facevo incetta di “coda alla vaccinara” e mi rifugiavo ospite a casa di amiche preziose conosciute lungo l’Italia in qualche avventura. Quando andavo a comprare il pane era un’esperienza traumatica. La bella piemontesina  entrava nelle panettiere, timida e rimaneva impietrita al primo: Che vole signorì? Che a vole na Rosetta per la porchetta? Io mi giravo per accertarmi che parlasse proprio con me e il più delle volte rossa in volta scappavo…..Lo so è una dichiarazione imbarazzante. Ma fare la spesa per una torinese a Roma è una vera prova di coraggio.IMG_0158

Il viaggio a Roma è diventato negli anni un rituale, fatto di piccoli gesti ripetuti, luoghi dove tornare e cibi da gustare. Il caffè o quando sto a digiuno il gran caffè dolce e pannoso a Sant’Eustachio. Ma la ricetta non è data da sapersi. Un bucatino cacio e pepe o una gricia in qualche trattoria tipica dei bei quartieri e rioni romani. Il “nuovo” Pigneto tanto di moda? Gli antichi Testaccio e Trastevere? Garbatella  o Monteverde? Il grande quartiere Portuense o il centro storico? Decidete voi, non potrete sbagliarvi di tanto. Fare una passeggiata nella piazza dei gatti o sedersi a piedi nudi davanti al Pantheon a sorseggiare la granita al caffè con panna. Potete accontentarvi di una rosetta con porchetta in qualche norcineria; la pizza di Bonci, più famosa di Italia. Oppure qualche pasticcino che qui ha e dimensioni di un’astronave, per gli amici torinese per intenderci  il bignè si mangia in quattro. A differenza dei discreti e timidi torinesi piccoli come una falange.IMG_0155_2

Anche questa volta in un breve viaggio a Roma ho avuto il piacere di essere ospitata questa volta nel quartiere Portuense non lontano da Monteverde. Ho potuto sperimentare nuovi posti da quelli abituali e già sperimentati, come Gigietto nel quartiere ebraico e vicino al mio angolo preferito dove le luci, anche loro si saziano del Teatro Marcello.

Dopo aver girato tra chiacchiere e san pietrini e piazze della memoria antica ( ormai anche la mia) e aver provato tutti i Settimio di Roma ne provo un’altro, pensando fosse l’ennesimo parente a scendere e invece no….. una nuova scoperta, un Settimio di altra origine.IMG_0161

Dopo aver incontrato qualche attore famoso, con La mia amica M. che fa la scenografa in quasi tutti i film italiani, ci dirigiamo per l’appunto da Settimio di Monteverde. Ed è così che mi piace mangiare a Roma, Quando le mie amiche condividono con me i loro posti preferiti, i loro segreti e le loro risate. Roma è bella perchè ogni quartiere ha un’anima ricca e piena di personalità. Bisogna coglierla, soffermarsi, capirne gli abitanti e le abitudini, le famiglie, e i giovani. Sono quartieri da indagare. E chi meglio di un abitante della zona riesce a raccontartela. Una delle mie tante amiche care di Roma mi raccontò un giorno che aveva l’abitudine di sedersi sul terrazzino e guardare i palazzi di fronte e i tanti balconi e finestre e immaginare la storia di ogni famiglia, di cosa succedeva li dietro e cosa potevano dire e fare in quel momento. Sono giochi che non saltano in mente se non quando le mura dei palazzi hanno un’anima prepotente e a Roma questo succede. Arrivati qui posso solo dirvi che il mio ennesimo Settimio ne valso il viaggio.IMG_0153_2IMG_0145_2  In via Valtellina, dove la signora Carla, tipica donna romana arriva con il suo taccuino e matita a raccontarti il menù del giorno alla velocità della luce, spendendosi in dolcezze per clienti abituali e diffidenze a quelli troppo richiedenti: “Che voi? duuuuu bbicchieri? Io non te ce voio qui, in trattoria si da solo un bicchiere, qui funziona così”. Ti mette subito in riga Carla senza repliche ti adatti al suo stile. “Oggi ce stanno i frittini, i carciofi alla giudea, il taiere di salumi e formaggi, i fagioli con pomodorini e aglio. Per primo: Bucatini a tricia, aamatriciana e cacio pepe solo per due, che abbiamo pochi fornelli. Gnocchetti in bianco con salsiccia, rigatoni con abbacchio o con il sugo della coda alla vaccinara. Abbacchio, scottadito o fritto o alla griglia, coda alla vaccinara, straccetti, cicoria, puntarelle e agretti”. IMG_0147_2Così racconta il menù tutto d’un fiato.  Non amo mangiare i bucatini cacio e pepe a Torino, purtroppo non avranno mai lo stesso sapore che a Roma. La globalizzazione fa si che possiamo mangiare ciò che vogliamo in ogni luogo, ma quando mangi i piatti tradizionali nel paese d’origine hanno tutto un altro sapore. IMG_0162L’aria, i viali, i muri e le piante fanno da contorno e l’accento romano, mi fa ora meno paura ma mi rallegra. IMG_0151_2

Poi in una sera più sbrigativa invece M. ridacchiante mi dice:” Non posso non farti provare i supplì più buoni di Roma da Silviana. E quindi sempre nello stesso quartiere arriviamo alla tavola calda più popolare del quartiere dove i supplì e le olive ascolane escono come torrenti in piena e la pizza sottile e croccante con cicoria e salsiccia ha il sapore di casa e di quotidiano. si mangia all’aperto in un luogo informale in cui torneresti tutte le volte che non hai voglia di cucinare visto che il conto si aggira sui 10 euro. Luoghi che scaldano il cuore e spalancano sorrisi. IMG_0159IMG_0160

Roma, Roma che basta a se stessa, con me sempre generosa, a volte fatiscente o almeno ultimamente sembra che qualcuno abbia dimenticato l’oro in un angolo del cassetto. Come se nessuno la indossasse più. Ma resiste con la sua bellezza antica, resiste come i personaggi di un film di Fellini, come un film in bainco e nero. Roma che mi ha regalato le amicizie più profonde e misteriose, mi ha sempre ospitato, mi ha rubato amori e me ne ha regalati di nuovi.  In una cornice di cacio e ….pepe. Così ha cadenzato riunioni per cambiare il futuro e ospitato in progetti lavorativi, regalato cortei indimenticabili. Dove il cinema e la politica si confondono in un unica grande sceneggiatura.

Quanto sono social gli chef del piemonte? #socialchefpiemonte

Qualche settimana fa ho avuto l’occasione di essere invitata dal Biteg per un evento in cui le blogger incontrano gli chef del Piemonte per trasmettere loro l’importanza del web nel loro lavoro e l’utilizzo dei social come twitter e facebooK. Gli appuntamenti durante l’anno saranno numerosi e si incontreranno numerosi ristoranti e chef. Il primo che ha dato il via all’evento è stato Walter Ferretto del Cascinale Nuovo di Isola d’Asti. L’arrivo ha visto le sue doti e capacità anche solo nella preparazione di un pinzimonio di verdure crude e una bagna caoda con l’Aglio di Caraglio. Walter sostiene che l’aglio di Caraglio non lasci strascichi di ogni giorno post bagnacaoda. Noi siamo le sue cavie….Ma lui è la nostra : gli insegneremo a twittare , citare, ritwtittare, MT ,RT.IMG_0067

Nel pomeriggio proprio in occasione di allenarsi a comunicare il territorio ci portano a fare un tour dei produttori locali di alcune specialità del paese. La Prima tappa  è la pasticceria azienda D. Barbero nel centro di Asti. Quante realtà non conosciamo che fanno parte della storia della mia Regione. O meglio, vediamo dei marchi diamo per scontato delle firme, ma in realtà  questo lavoro meraviglioso mi da occasione di scoprire realtà che fino a ieri vedevo solo su una scatola con un Gianduja e un torrone, oggi conosco la fabbrica artigianale Barbero. Azienda ancora famigliare, dove un signore di 80 anni unisce le uova di pasqua a mano e inserisce regali per i più piccini. Commovente vedere una fabbrica così artigianale, dove le ragazze disegnano decorazioni come in un atelier di pittura fatto di zucchero e marzapane.

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IMG_0095IMG_0092IMG_0090IMG_0129Ci si dirige poi sulle Langhe Astigiane, da Elio Perrone, azienda agricola che produce Vini:  il famoso moscato, ma anche Barbera d’Asti e un vino speciale con due uve, Chardonnay e Moscato, il Gi, che significa il ghiro. Un profumo dolce del moscato e un sapore secco dello chardonnay. Per me prova superata, da tenere in frigo per le occasioni particolari. Il posto in cui è ubicata l’azienda è veramente particolare, un paesaggio mozzafiato tra i vitigni dove vien voglia di rifugiarsi a scrivere in un bel casolare in campagna.

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IMG_0136Come ogni evento comanda di sera prima della cena è stato il momento dello showcooking di Walter Ferretto e di qualche suo segreto. Ci fa vedere come preparare i Turcet, i biscotti della zona. Ma i dolci non mi appassionano granchè, mentre mi sono resa disponibile a fare i plin, che invece adoro. E mi sono divertita un sacco a mettere il ripieno e chiudere la pasta trafliare e rifilare, dopo qualche primo tentativo malsano poi ho perfezionato la tecnica e mi sento molto portata. L’attenzione era catturata anche dal balcone del Nuovo Papa che stava per uscire, ed è stato un impasto catartico. La curiosità cresceva e i plin sono venuti con una dose di spiritualità profonda.

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IMG_0142La cena è stata una vera esperienza. Walter ci ha deliziato con la millefoglie di lingua di vitello con foie gras e gelatina di aceto di porto, servita con un Pinot noir di Terre da Vino.IMG_0524

In seguito  è arrivato il piatto per cui ho una dipendenza: baccalà in bianco mantecato con polenta 8 file e scarola ripiena di uvetta e pinoli. Il baccalà ha sempre la capacità di sorprendermi e viziarmi.

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Il terzo antipasto è stato un uovo di gallina tonchese su verza e cotechino. Di cui scopriremo la provenienza e la storia l’indomani… La cena è proseguita con i plin classici alle tre carni e il cosciotto di agnello arrostito e purè di sedano rapa, di cui mi sono fatta trasmettere tutte le indiscrezioni di cottura e finitura.

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Non contento Walter nella sua generosità ci ha fatto assaggiare un piatto tipico della zona dell’astigiano, per palati forti e coraggiosi: la finanziera con cervella dorata. Meravigliosa e leggera nonostante gli ingredienti principali siano le interiora degli animali, un’esperienza che consiglio a tutti.IMG_0165

IMG_0166IMG_0167I dolci sono stati tutti diversi e caratterizzanti a sorpresa, e me naturalmente è arrivato i tortino  di cioccolato caldo, deve aver colto ciò che mi piace di più.

IMG_0530Dopo la lunga giornata di esperienze e scambi di competenze e gusti siamo andati a dormire nelle stanze che il Cascinale ha nei piani superiori, per  riposarci in un nuovo viaggio il giorno dopo.

Eccoci al mattino dopo una colazione ricca del Cascinale, in partenza per altre aziende del territorio di cui ero curiosa e anche trepidante. L’azienda della famiglia Artuffo a Tonco per il famoso pollo tonchese, Azienda famosa e punto di riferimento per l’allevamento di polli. Certificata e studiata a livello europeo per la gestione. Inutile raccontarvi il posto completamente immerso nelle dolci colline tra Asti e Alessandria con galline vestite da jogging con fascia alla cresta raccogli sudore, poldini e scalda muscoli che scorrazzano libere nel prato e ra i frutteti per prendere l’ombra. Ecco da dove arrivava quell’uovo di colore così intenso e consistente della nostra cena. Da questa azienda in cui lo studio dell’animale è al primo posto e i lsignor Artuffo e nipoti potrebbero raccontarvi per giorni caratteristiche, l’età di maturazione, le diverse razze dal collo nudo e un mondo a due zampe. Una vera esperienza. Avevo già assaggiato il pollo tonchese al Ristorante Consorzio di Torino e vederne la provenienza e la paternità è stato interessantissimo. Ho fatto un buon rifornimento per casa e per le mie ricette dietetiche (ma questo è un altro post). Il prezzo è abbastanza proibitivo, ma ineffetti la qualità di allevamento è altissima. Forse una delle poche aziende in Europa di esempio per gli avicoli.

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IMG_0185Ultima visita ma non di meno toccante per diversi aspetti è la pasticceria Daniella al centro di Asti. Due Signore Daniela e Raffaella da cui deriva il nome. Che anni fa hanno deciso di dimenticare momenti forti della loro vita rifugiandosi nei dolci, nel burro nelle mani in pasta per lenire dolori antichi, costruendo dolcezze con le materie prime del territorio. La loro specialità è naturalmente la Nocciolla. Ma le varietà non mancano. Brut ma Bun di meringa e mandorle. I baci deliziosi e piccoli e i nomi di ogni dolce sono inventati da loro. Hanno una cucina con forni a vista, fanno tutto in un piccolo spazio ma costruiscono castelli dolci. Un po’ ineffetti sembra di entrare nel film chocolate e nel mondo dolce e fantasioso di due donne capaci.IMG_0192IMG_0204

IMG_0205IMG_0209Un’esperienza quella dei #socialchefpiemonte arricchente e lo scambio proficuo per noi, con la speranza che lo sia stato anche per Walter Ferretto e per tutti gli chef stellati e non che incontreremo in questo viaggio di scambi e competenze. Grazie al Biteg sempre propositivo con nuove esperienze e a Carlo Vischi capace di creare rete anche nei luoghi più nascosti..IMG_0180

A Casa sua Blog si mangia bene.

Nel mio girovagare testando le foodblogger coraggiose che decidono di venire allo scoperto con duecuorieunaforchetta mi è capitato di essere invitata da Margherita Giampiccolo del blog acasamia.blogspot.it

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La cena è stata organizzata velocemente, con determinazione: proposta, rapido sguardo alle agende, accordo su presenza o meno di mariti compagni e famigliari e via il venerdì è fissato. Un’efficienza sorprendente, indice di attitudine all’organizzazione di cene con gli amici. Senza troppo problemi, senza troppi convenevoli, la prima sensazione di libertà. Ricevere un invito con la sensazione di essere proprio desiderati è bellissimo, ti fa sentire a casa proprio come ha definito il suo blog.  Madre di famiglia, con due meravigliose bambine e un marito anche lui appassionato di cucina e partecipe dell’avventure della moglie. Una bella casa, un bel terrazzo predisposto a feste e serate con amici; due bambine educate e fondalmentalmente tranquille e quella sensazione che sia semplice anche la vita anche in famiglia. (Scusate mi sta partendo il boccino filosofico che impegnerà le pagine dei prossimi post). 18233_10151181640088335_1599678832_nIl sorriso di Margherita è contagioso, gli occhi grandi azzurri, i capelli biondi lunghi da fata e quella sensazione di poterti fidare anche a tavola con la sua cucina. In famiglia al nostro arrivo c’era fermento ed emozione. Un allestimento della tavola su misura per duecuori e la spiegazione della cena. Si fa il giro delle tradizioni famgliari, dalla Sardegna al Piemonte passando per l’Emilia per approdare in Sicilia, un piatto per ogni origine famigliare. L’antipasto parte dai pecorini uno più stagionato e uno meno accompagnato dal pane guttiau. formaggiSi procede con tutta calma con un tortino di carote e nocciole di Cortemilia e fonduta di toma di Castelmagno. Agnolotti di zucca con ragù che richiama i gusti di provenieneza paterna, e si ritorna in Piemonte con lo stracotto di Barbera con patate duchessa. Per finire si fa un salto in un’altra isola quella invece di origine materna siciliana e Margherita sperimenta i cannoli siciliani (da urlo). Il tortino e il dolce sono i piatti che mi hanno conquistato maggiormente.tortinocappellacciLa qualità però è stata alta per ogni singola portata. il tutto è stato cucinato con minuzia e generosità e amore, elementi che in cucina fanno la differenza.  Abbiamo parlato di cibi, blogger, progetti e sogni, politica e viaggi. La cucina di Margherita è rossa e lei ha voglia di cucinare e lo fa bene senza troppi aiutanti elettrici, ma tutto a mano. La sua semplicità in ogni cosa che fa, mi sorprende, dal come cucina piatti anche complessi a come porta avanti la famiglia.stracotto2cannoli In due minuti la piccola era a nanna senza opposizione, la grande (otto anni) spreparava e collaborava alla cena, orgogliosa della sua mamma. E’ più che un semplice atteggiamento alla vita, è una forza spirituale di quelle costruite nel tempo che aiuta le persone ad affrontare anche le imprese più difficili facendole passare per le più semplici. Avete presente quegli acrobati che fanno i salti mortali e sembra tutto facilissimo? E chiudono la performance con un bel sorriso facendoti credere che anche tu lo avresti potuto fare? Mi viene da raccontarlo così il mondo  di Margherita, in cui il risultato è frutto di impegno lavoro e professionalità ma questo non peserà mai su chi ne fruisce. Grazie dei vostri doni. Blogger certificata #isoblogger2013Nuova immagine

“LE SARÀ MIA TÜTE SCIOPTADE?”-Non potrà piovere per sempre?…si parte per Mantova.

Spesso sono le persone che fanno i luoghi più che i luoghi stessi: come li vivi, chi incontri e l’atmosfera che ti ha accolto. L’umore fa la vera differenza nei viaggi così come nelle esplorazioni culinarie.Il giudizio di una cittá o di un ristorante é spesso soggettivo e varia a seconda di moltissime variabili. Ad esempio se ci aspettiamo che ci accolga il padrone di un ristorante che solitamente incontriamo e quella sera non c’é, spesso il sapore dei piatti non é più lo stesso. Sono le relazioni umane che incontriamo che condiscono i sapori di ciò che mangiamo e viviamo. Bene mi è capitato a Natale di fare qualche giorno a Mantova. L’idea era di partire zaino in spalle e andare a Sarajevo in treno, ma le condizioni di salute (influenze ripetute) non me lo hanno permesso e ho ripiegato su una meta più vicina e facile per il mio stato psicofisico: la città dei Gonzaga. Poi a distanza di più di un mese ho conosciuto una collega Mantovana biologa nutrizionista e mi è venuta voglia di scrivere della sua cittá. Perché? Ma perché le persone non si incontrano mai per caso e spesso non dobbiamo permetterci di perderle. Bene F. Ha fatto un viaggio che io avrei sempre voluto fare. Partire e fare il giro dell’Australia in 10 mesi con il suo fidanzato su un van e dormito on the road girando e girovagando il paese dei canguri. Poi ha volato sino in Cambogia, Visitato il Vietnam, raggiungendo vai terra Pechino per vedere la grande Muraglia Cinese; da Pechino sino a Mosca in Russia col treno in 4 giorni attraversando il continente più freddo e vasto al mondo, il famoso Oriente. Tutto rigorosamente raccontato in un blog, ospitato nella trasmissione: alle falde del Kilimangiaro. Quando ascolto di questi viaggi e di questi giovani che si buttano in queste imprese i miei piedi fremono e vorrebbero partire. Godendo dei suoi racconti sulle scale di un albergo tra una lezione ed un’altra…la penna web ha iniziato a viaggiare da sola, per raccontare la sua città e per essere un po’ più vicino ad una nuova amicizia neo-nata.

Mantova é una città strana mezza sull’acqua mezza in campagna, una lunga strada tra tre laghi: il Lago Superiore, il Lago di Mezzo e il Lago Inferiore – e dalla vegetazione particolarissima dei fiori di loto, che nel periodo estivo sbocciano e fioriscono inaspettatamente.

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“La presenza dei fiori di loto, che formano un’isola galleggiante nel lago Superiore che circonda Belfiore, è dovuta a Anna Maria Pellegreffi, che nel 1921 introdusse i tuberi del fiore di loto nel lago perché si pensava di sfruttare la farina ricavata dai rizomi per l’alimentazione”.

Una leggenda più romantica fa invece risalire la nascita dei fiori di loto a una storia d’amore in cui ”…l’amata, una giovane orientale, morì cadendo nelle acque del lago in cui si stava specchiando e l’amato, disperato, prima di gettarsi nel lago per seguire la sorte dell’amata, vi gettò dei semi del fior di loto affinché il profumo e la delicatezza dei fiori che si aprono nella stagione estiva ricordassero per sempre il profumo e la dolcezza della sua amata.”

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In una cornice piena di storia e racconti fiabeschi ci siamo aggirati per questa piccola cittadina. Intanto ho iniziato a studiare le specialità che mi hanno subito conquistato dal riso alla pilota ai ravioli di zucca. Tra un palazzo Ducale e uno del Thè tra opere dei Gonzaga e gli affreschi interessanti come la stanza dei giganti abbiamo sperimentato un buon numero di ristoranti da consigliarvi.

Il leone D’Oro una vera scoperta passeggiando a casa tra la Piazza delle Erbe e il duomo, ci si imbatte in questo ristorantino romanticissimo pieno di fiori e tovaglie un po’ provenzali il menù scritto a mano e una cucina curata nei dettagli. Le luci sono soffuse i tavoli ben preparati e l’atmosfera è accogliente ed intima. Qui c’è l’imbarazzo della scelta di cosa mangiare io ho optato per un assaggio di salumi tipici e una polenta alla zucca con gorgonzola e nocciole tritate sopra.  Un assaggio di tortelli di zucca e vin cotto e parmigiano reggiano. E poi finalmente approdiamo al riso pilota, riso bianco con salamella di maiale e grana grattugiato, un piatto semplice, ma molto saporito e consistente.

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Poi menzione speciale per rapporto di qualità e prezzo è la Fragoletta, vicino al  teatro di Mantova. “Modebach m’aveva preparato l’alloggio presso la signora balletti. Era un’ex attrice che, col nome di Fragoletta, aveva brillato nella parte di Servetta, ritiratasi. A ottantacinque anni conservava ancora quella vestigia della sua bellezza e una luce viva e piccante della sua intelligenza.” Carlo Goldoni, Memoires, 1783 Fragoletta quando smise della sua carriera di attrice decise di aprire questa locanda osteria per gli amici attori al fine delle loro rappresentazioni. IMG_0371Oggi la locanda ha ancora un tocco d’arte, in ogni angolo della sala: foto quadri, colori, disegni sui muri ed in particolare due cuori grandissimi sul bancone al centro della sala, non aggiungo altro. I piatti della tradizione mantovana sono rivistati. Tortino di zucca con fonduta, i bigoli al torchio con guanciale, pecorino e aceto balsamico; coscia d’anatra disossata, cotta in forno con cavolfiore e castagne. Queste solo alcune delle rivisitazioni della cucina mantovana che è speciale ma allo stesso tempo semplice. Il ristorante è una chicca mantovana ripiena di sorprese.

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Trattoria Due Cavallini di Mantova, in via Salnitro, 5 non lontanissimo dallo splendido palazzo Thè, che abbiamo girato n lungo e in largo con la guida online del portale dei musei di Mantova e il nostro mini- ipad, un nuovo modo per girare e fare i turisti, ogni singola opera è spiegata sul portale magistralmente, senza più impazzire a capire quale stanza e quale artista. Finita la vista a distanza di 15 minuti a piedi, I Due Cavallini è il miglior ristoro che si possa trovare. I maccheroncini con stracotto e i tortelli in brodo. Le famiglie mantovane si ritrovano qui la domenica come in un rituale un po’ di provincia con bambini e giocattoli a seguito; l’atmosfera è un po’ quella di un film di Antonioni.

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In questo viaggio culinario poi vorrei parlarvi dell’Anello del Monaco: “E` un dolce dalla complessa preparazione tipico della Città di Mantova, dove è il dolce più consumato nel periodo di Natale.una caratteristica forma a ciambellaun gradevoledi burro, mandorle e nocciole.” l`Anello di Monacobuco nel mezzo, largo quasi come una bottiglia bordolese edè decorato sulla superficie da una spessa glassa biancazucchero. Inoltre, a differenza del panettone, l’interno del dolce ha strati farcitura in cui alternano nocciole e mandorle tostate, zucchero e Marsala, in alcune versioni si trova anche la cioccolata o la crema di castagne. Consigliano di far scaldare l’anello vicino al camino in modo da far ammorbidire la crema all’interno.

Mantova per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia. Così una bella e piccola casa piena di ricordi di foto, specialità gastronomiche, cultura, paesaggio, piazzette, mercati, porticcioli, parchi e viottoli. Una vera sorpresa che cresce man mano che ti allontani da lei e a distanza di tempo cresce un’affezione ad una città speciale. Non vi conquisterà subito ma piano piano mettendo radici profonde che germoglieranno a distanza di mesi.

Un salto nel tempo al Sabaudia

palazzina-caccia-stupinigi-nuovaUna giornata uggiosa di fine febbraio, una strada lunga e dritta che scocca come una freccia dal suo arco è quella che porta alla Palazzina di Caccia di Stupinigi cha accoglie Torino mentre si dirada in periferia. Mi ha sempre confortato fare questa strada, perché la parte di Torino un po’ anonima e periferica si trasforma in pochi kilometri in una realtà storica di altri tempi, solo come Torino sa fare.

Luogo di loisir e di caccia, fu dimora prediletta dai Savoia per grandiose feste e solenni matrimoni, oltre che residenza di Napoleone all’inizio dell’Ottocento.

“Filippo Juvarra progettò per il sovrano un’architettura straordinaria, ispirandosi al modello delle coeve residenze mitteleuropee. Al completamento del progetto lavorarono ancora Benedetto Alfieri e altri architetti del ‘700, mentre ebanisti e intagliatori, stuccatori e doratori contribuirono a configurare l’apparato decorativo.”

 Nel 1832 la palazzina divenne di nuovo proprietà della famiglia reale e il 12 aprile 1842 vi fu celebrato il matrimonio tra Vittorio Emanuele II, futuro primo re d’Italia, e l’austriaca Maria Adelaide.

In una cornice così non poteva mancare un ristorante di antica tradizione Sabauda, da cui il nome del Ristorante per l’appunto, situato in uno dei bracci della Palazzina, dove un tempo personaggi di corte alloggiavano tra scoiattoli e volpi. Cerco sempre di immaginarmi come poteva essere quel luogo nell’800 ai tempi di Napoleone, perché in realtà il tempo in questo luogo non è così passato.I segni, le energie e le immagini per un attimo chiudendo gli occhi prendono forma velocemente.

Non so a cosa sia dovuto forse al fatto che l’afflusso turistico non è massiccio come alla Reggia di Venaria. Ma c’è lo spazio e il tempo per lasciare parlare i muri, i mattoni, gli alberi e ascoltare le storie.

Il ristorante sembra un piccolo superstite dell’antica bellezza del tempo. Luogo accogliente e caldo, romantico ed elegante con colonne e soffitti con travi fatti emergere dagli intonachi. Una scala a chioccia un camino del XV secolo, le vetrate a mosaico. Mattoni a vista e tavoli apparecchiati in stile sabaudo. In cucina una famiglia, madre e figlio, il marito in sala che propone vini e formaggi portandoti in sentieri culinari prestigiosi. I formaggi sono quelli delle valli piemontesi e i vini sono scelti da un sommelier doc il sig. Pavan cantastorie di agricoltori, paesi, sentieri e animali al pascolo, metodi e lavorazioni. Mentre dall’altra parte delle pareti mamma Pavan e figlio impastano e producono “plin” alla vecchia maniera con la pasta fresca fatta proprio con le 30 uova, non di meno e non di più  ci tiene a sottolineare Andrea. E poi le dosi sono studiate nel tempo per trovare il giusto mix di consistenza e sapore.. Sono un po’ più grandi perché qui si ama mangiare e le dosi e le forme sono da veri piemontesi doc. Gli antipasti sono studiati nel tempo e quelli più apprezzati dalla clientela sono quelli che non mancheranno mai dal menù. La verticale di carne cruda, dalla’albese alla tartare al pseudo hamburger appena scottato. O la cipolla, ma una cipolla bianca molto grande, ripiena di salsiccia di Bra e Toma di Raschera. Oppure quelle cocotte, che pronuncerei all’infinito, ma non fa lo stesso effetto a scriverle, di zucca, funghi porcini e fonduta di parmigiano. Per il primo non potevamo non assaggiare i fagottini (chiamali fagottini!!) del Plin con Burro di Alpeggio. Una coccola dall’antico passato. Ho assaggiato anche gli gnocchi di patate della Val Chisone con salsa al Castelmagno D.O.P, e il sapore delle patate emerge dalla salsa di formaggio con una dolcezza dirompente e una consistenza di cui abbiamo perso il ricordo. Sui secondi io mi sono lasciata attrarre dal filetto di Fassone alla piastra ai tre Sali e la mia dolce compagnia dai bocconcini di cervo ai mirtilli. Il menù offriva anche altre leccornie che avrei provato volentieri: il petto d’anatra con glassa di miele e bacche di ginepro e pepe rosa o le lumache di Cherasco di cui vado ghiotta. Ma vorrei tornare a festeggiare qualche ricorrenza amorosa, qui si celebrano alcuni dei matrimoni più importanti della nostra storia.

Alla fine mi sono lasciata tentare dalla variazione di formaggi derivanti dalle nostre valli piemontesi, dai caprini alle tome, iniziando dal più leggero al più stagionato accompagnato il tutto dal miele servito direttamente dalla fava, un sapore delicato leggero dove il retrogusto fiorato e di campo risalta il gusto del formaggio di alpeggio.

Non potevano mancare i dolci: piccoli assaggini di una bontà genuina. Io non vado matta per i dolci in generale, ma devo dire che i loro mi hanno letteralmente conquistato. Il pettino di gallina (o meglio una rivisitazione del tiramisù) con scagliette di cacao ecuadoregno, amaretto e caffè peruviano. Una spuma di Zabaione, e un “bonet” della classica tradizione piemontese scuro intenso e penetrante. Il nostro pranzo è stato poi accompagnato da un Barolo del ‘99 della riserva Cadia, credo uno dei vini migliori incontrati nel mio vagabondare culinario. “Uva al 100% Nebbiolo e affinamento per 24 mesi in Barriques e 12 mesi in bottiglia. Vino austero per il suo colore rosso con leggeri riflessi aranciati; al profumo si denotano sentori di rosa canina accompagnata dalla liquirizia, al palato la potenza alcolica è ben calibrata con i sentori di frutta e di spezie”. Un barolo che fa bene alla salute, stimola sorrisi, illumina gli occhi languidi e le parole diventano scorrevoli. Un’esperienza incredibile quella al Sabaudia per me, per la miscellanea di aspetti che più mi appartengono: cultura, tradizione, simpatia, calore, famigliarità, prodotti del territorio ed esperienza in evoluzione in cucina. E’ un angolo di Torino che merita essere visitato per la residenza Reale per l’atmosfera magica, per una fotografia nel tempo che è ancora in grado di regalarci emozioni. Tornerò, il menù cambia, e sono curiosa di provare tutte le prelibatezze della primavera, so che mi sorprenderà. Salutiamo, facciamo le ultime foto, e usciamo dalla bolla di grazia e gusto quale è il Sabaudia. Arrivederci a prestissimo.

Qui di seguito la video-recensione del ristorante Sabaudia, riprese, momenti con protagonisti e O-Zeta, quando dobbiamo raccontare delle storie lo facciamo con tutti i mezzi a disposizione.

Sabaudia Viale Torino 11, Nichelino, Torino tel .347 264 2562

La Strambata #glutenfree with chic

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Stiamo diventando tutti celiaci? Perchè la maggiorparte della popolazione sta diventando allergica al glutine? Ci sono diverse ipotesi in merito, un po’ come le intolleranze, ma più che altro per il sistema di taglio del grano e per far crescere  maggiormente i chicchi in poco spazio, questo probabilmente ha creato una modificazione genetica responsabile dell’aumento repentino della celiachia. Senza contare la nostra dieta basata esclusivamente sui carboidrati. E’ diventata una malattia sempre più diffusa, non si sa se a causa degli OGM o a causa della nostra alimentazione monocibo. Ma ora ricorriamo ai ripari. Chi ha questo problema deve stare molto attento a non introdurre alimenti con glutine, ma il problema è anche la contaminazione nella stessa cucina attraverso l’uso delle stese pentole,pianali e barattoli: le polveri che volano delle farine potrebbero contagiarne i cibi privi e questo è un bel problema per i nostri amici celiaci. A Torino però….., puntini sospensivi di orgoglio,  hanno aperto un ristorante. Già. Solo per Celiaci. Già. A San Salvario (questo è un po’ meno una novità, già). Un po’ spostato dalla movida fortunatamente per chi lo deve raggiungere. Si chiama La Strambata. Un cuoco abilitato alla cucina con numerosi corsi di formazione. Un menù di primi e secondi. Volendo testarne la qualità sono andata con la mia amica medico ed epidemiologo celiaca e vegana, un termometro umano di cibi e un segugio sanitario. Cosa non mangia da tempo un celiaco? ……Ci siamo buttate sulla pizza!! Rigorosamente di farina di riso e mais alle verdure grigliate. E’ stato una gioia vederla mangiare felice quello che di solito non può permettersi in giro per ristoranti comuni. Non contente abbiamo sperimentato la tempura di verdure, anche queste fritte in una pastella di farine speciali. Niente carni, niente cosucce e pietanze facili. Abbiamo messo a dura prova la cucina e lo chef. E……? Prova superata, quasi differenze impercettibili nel gusto, alta qualità del metodo di cottura, forse la pizza doveva essere cotta maggiormente….ma siamo state veramente sorprese e soddisfatte dai piatti impossibili. Io gioivo con lei. Dota dolente. ha i prezzi superiori alla media torinese. Ma ne vale la pena spenderli per togliersi qualche sfizio che fa bene alla salute e sopratutto alla mente. Per il primo appuntamento va benissimo. Stra consigliato se trovate il vostro lui o la vostra lei con problemi di celiachia, non demoralizzatevi c’è il posto per stupirli ed accoglierli. Possiamo essere diversamente mangioni e appagati.

La Strambata, Via Foscolo 2, Torino tel 011 6692681