Storie di donne. Ada Day. Donne in-for-matiche e technical woman.

Chi ha paura della tecnologia? Chi pensa che l’informatica sia mestiere da uomini? Vi raccontiamo una storia, di quelle che non si conoscono. E di quelle che fanno riflettere perché aprono delle opportunità e delle strade.

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Augusta Ada Byron Lovelace, vi dice qualcosa il nome? A me non tanto, eppure era figlia di Lord Byron …si proprio il poeta inglese e figlia della matematica Anne Isabella Milbanke. Ada non conobbe mai il padre poeta perchè l’abbandono all’età di un anno insieme alla madre e quest’ultima presa dai fulmini della rabbia non volle che mai la figlia avesse qualcosa a che fare con lui nè tanto meno che seguisse le sue orme da poeta. Così la obbligò sin da bambina a studiare solo ed esclusivamente matematica. Insomma era giustamente “incavolata nera”, però forse era un po ‘ “rigidina”, tantè che la figlia fu sempre affascinata dalle arti e dalla poesia e sopra i numeri della severa matematica sognava storie di cavalieri e principesse.

Ada Lovelace divenne la prima programmatrice di computer al mondo e nella storia. Ma proprio per questa capacità di sognare e di andare oltre comprese che il computer poteva andare oltre i numeri. Sognava che in un futuro il computer potesse creare arte e musica e lei stessa fu precursore di tutto ciò. Dalla macchina di Babbage (1842 Charles Babbage fu invitato a tenere un seminario sulla sua macchina analitica presso l’Università di Torino) al calcolo analitico, ai numeri di Bernoulli e schede perforate del Telaio Jacquard, Ada fece di tutto ciò la sua vita. Ma Ada suonava anche l’arpa, il pianoforte, danzava divinamente e amava la poesia, aveva tre figli, un marito e forse pare pure un amante.  Era una donna completa e la tecnologia la sua vena pulsante. Morì a 36 anni di tumore all’utero (più donna di così) e volle essere seppellita vicino al padre.

La storia di una donna che viene commemorata martedì 14 ottobre proprio nel giorno dell’Ada Day, celebrazione internazionale delle conquiste delle donne nella scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (STEM). E io che sono biologa e ho studiato scienze da tutta la vita, mi ritrovo a scrivere di viaggi e di cibo e di amore con l’ausilio proprio delle tecnologie. E’ una storia bella affascinante, da raccontare.. ecco perché ne scrivo sul mio blog e cercherò di portare le donne che conosco martedì 14 ottobre all’Ada Day che si terrà al Circolo dei Lettori alle 10 del mattino dove storie di donne che attraverso la tecnologia hanno trovato un mestiere una passione e una strada. Grazie alle organizzatrici Federica Goria e Stefania Sergi e a tutte le donne che interverranno che conosco personalmente e di cui ho molta stima. Per iscrivervi al convegno cliccate sul sito di AdaDay  dove troverete anche il programma della giornata e per le mamme con i bimbi? Niente paura nel pomeriggio alla Libreria dei Ragazzi in via Stampatori alle 17 ci saranno letture del libro di Ada con Les Puzzettas, altre donne incredibili con cui collaboro su più fronti.

E come dice Ada: “Questo non vuol dire che io sia un poeta. Come lo scrivere di scienza, intuirne alcuni risultati, non mi esaurisce in uno scienziata. Io sono Ada, tenetelo a mente. “

La vostra blogger, foodie, geek, biologa, nutrizionista?…Io sono Valeria, tenetelo a mente.

Food Diplomacy e la seconda tappa del #girodelgusto svizzero verso l’Expo.

La seconda tappa del Giro del Gusto del Padiglione Svizzero si è tenuta a Roma nella splendida cornice di Villa Maraini dal 22 al 26 settembre. Il Sig. Maraini per l’appunto, un imprenditore svizzero, primo importatore di barbabietole in Italia, ha donato questa splendida villa all’Istituto Svizzero perchè diventasse centro di studio per giovani scienziati e artisti che avessero avito il desiderio di approfondire la loro cultura in Italia. Ero già stata ad aprile  nel Canton Ticino e in quello Vallese alla scoperta dei prodotti e delle realtà locali, ma ho avuto il piacere di nuovo di essere ospite a Roma per seguire da vicino le conferenze.

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La settimana è stata piena di numerosi appuntamenti, confronti, concerti e  reading e  l’intento degli organizzatori  (Confederazione Elvetica in collaborazione con l’ISR, l’Ambasciata Svizzera di Roma, Presenza Svizzera con la Rappresentanza permanente della Svizzera presso le organizzazioni internazionali in campo alimentare-FAO, IFAD, PAM) era quello di far conoscere diversi aspetti della loro cultura oltre agli stereotipi che abitualmente si associano al paese.

Per sapere quali e chi è intervenuto consiglio di leggere il post della mia collega Alessia Bianchi, perchè io invece mi vorrei soffermare e approfondire per un momento un argomento interessante forse anche per la mia passione di qualche anno or sono, ma nemmeno tanto tempo fa: la Food diplomacy e/o Gastro dipolamcy. Qualche cenno giusto per incuriosire e dare spunti di riflessione oltre al tam tam  di ricette e di cibo che per l’essere umano in questo momento pare sia argomento basilare di vita quotidiana.

Alessandra Roversi esperta di gastrodiplomazia ed eredità di uno dei master prestigiosi di Pollenzo racconta le basi di questo tema così interessante.

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Come diceva, Rockower: la Gastrodiplomacy  o ” Diplomazia culinaria , noto anche come gastrodiplomacy , è un tipo di diplomazia culturale , che di per sé è un sottoinsieme di diplomazia pubblica . La premessa fondamentale è che “il modo più semplice per conquistare i cuori e le menti è attraverso lo stomaco.” I programmi di diplomazia culinari sponsorizzati dal governo ufficiali sono stati istituiti in Thailandia , Corea del Sud , Malesia , Perù, e Stati Uniti .

“Da sempre il cibo fa parte delle negoziazioni internazionali tra gli stati.” Continua Alessandra Roversi. “Quando vai a mangiare insieme. Se il tavolo è rotondo o quadrato fa la differenza, a chi siedi vicino o a chi vuoi stare lontano può avere un significato diplomatico. Se metti il coltello e la forchetta, o le bacchette ha un valore di appartenenza di origine.  Jimmy Carter Nobel per la pace nel 2002, 39° presidente degli Stati Uniti, le prime volte che usava le bacchette (tipiche cinesi) era in forte difficoltà. Per cui puoi mettere il tuo interlocutore a disagio in base alle tue abitudini alimentari o metterlo nelle condizioni di poter mangiare agevolmente a seconda di cosa si vuol trasmettere e comunicare”.

Si chiamano giochi di negoziazione internazionale.  Anche nel privato ci sono giochi di potere nel come prepari il cibo e come lo si porge alle persone. Nell’ingestione del cibo c’è anche l’ingestione del tuo argomento. E ‘ interessante pensare come si possa aprire la via ad una negoziazione facilitata. Dare poco da mangiare è un messaggio. Dove porti la persona a mangiare è un segnale. Ad esempio Obama che porta Dmitry Medvedevin in un Ray’s Hell Burger, per comunicargli che è vicino al popolo. La prima cena tra Gorbaciov e Reagan, Reagan portò il vino americano prodotto nella Russian River Valley in California, vino di casa propria e fu la valle anche colonizzata dagli emigrati russi nel 19 secolo . Non era a caso, ma un preciso intento.

Andando indietro nella storia si ritrovano segnali di food diplomacy molto chiari. Durante il Congresso di Vienna per riprendere il suo ruolo la Francia in particolare il diplomatico francese Talleyrand  aveva assunto lo chef Marie Antoine (Antonin) Carême inventore del pièce montée, elaborate preparazioni di pasticceria, spesso alte oltre un metro, utilizzate come centrotavola e fatte interamente di zucchero, marzapane organizzando cene incredibili per creare un ambiente favorevole e sereno per le trattative.  Si dice nei trattati storici che “la Francia abbia riconquistato il suo posto al tavolo delle negoziazioni  grazie al tavolo delle cene”. C’è anche una rappresentazione del congresso di Vienna con la Francia per terra sotto un tavolo imbandito.

Dopo la food diplomacy tra gli stati è venuta la moda della gastro-diplomazia, ossia dallo stato alle persone. Gli stati parlano al pubblico cercando di costruire una propria identità attraverso la cucina. In Malesya ci sono dei veri programmi in cui vengono pagati dei veri Food Truck  per dire la “Malesya’s food is wonderful”.  Lo stesso vale per la Corea che ha ingaggiato delle vere e proprie band per andare n giro tra le persone e cantare e fare propoaganda sul cibo coreano “Is the best”.  Programmi ambiziosi in cui investono dei veri soldi arrivando al punto di mandare cuochi nelle scuole per convincere della bontà del cibo del proprio paese. Un vero e  proprio programma di valorizzazione dell’identità attraverso il cibo.

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La  food diplomacy  fa parte di quella corrente detta “soft power”,coniata negli anni 90 da Joseph Nye della  Harvard University. Tutti i paesi di media importanza che si occupano di gastrodiplomazia sono anche quei paesi più deboli sotto altri aspetti come l’industria, e la forza militare. Per catturare sfere di influenza usano la musica e la cultura (persuasione culturale). Ogni paese ha un proprio nickname associato alla Diplomacy: per esempio in India (e non a caso lo cito, avendo visitato il paese il mese scorso) hanno costituito i “samosa dplomacy” che ho imparato a fare in un folkloristico corso di cucina sulle scogliere di Varkala. A volte però il cibo può sfociare “nell’hard power” conflitti internazionali a colpi di cibo. Come la gara dell’hummus più grande del mondo tra il Libano e Israele (o guerra dell’Hummus). O come tra la Cina e la Corea e la Cina con Il Kimchi. Sfortunatamente in questi casi le icone del food e la cucina locale non sono usate per scopi culturali e di diplomazia culinaria,  ma sono un’estensione di veri e propri conflitti armati.

Un altro aspetto che ha catturato la mia curiosità, parlando ancora sull’argomento con Alessandra che mi faceva notare un’altro punto di vista, è che la diplomazia è un gioco maschile di potere politico e militare, mentre la cucina è stata vista sempre come argomento futile, leggero e femminile e anedottico della vita. In questo caso con la food diplomacy prima e con la gastro diplomacy in seguito,  arriva sino nella sfera della diplomazia maschile. E’ interessante studiare questo fenomeno di femminizzazione della diplomazia. Questo è quello che diventa la politica degli stati, uno shift e slittamento del punto di vista.

La cucina non è più solo un argomento leggero o forse non lo è mai stato sin dal Congresso di Vienna o ancor prima quando i centurioni battendo i calici di vino dovevano guardarsi negli occhi per intuire se lo sguardo del nemico nascondesse intenzioni malevoli, scoprendo così di avere i calici avvelenati. Motivo per cui porta bene o è caldamente consigliato guardarsi negli occhi ad ogni brindisi o cin cin. Buon cibo a tutti e aspettiamo L’Expo2015. 

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Fonti: #GirodelGusto 2° tappa a Roma Food diplomacy-esperienze a confronto tra Svizzera, Thailandia, Messico e ItaliaAlessandra Roversi : “Visceral diplomacy: how governments use food to engage with foreign audiences.”http://www.canalacademie.com/ida3024-L-Europe-a-table-le-Congres-de-Vienne.html;  http://fr.m.wikipedia.org/wiki/Marie-Antoine_Car%25C3%25AAmeBarack Obama and Dmitri Medvedev in ‘Ray’s Hell’ burger diplomacy”, The Telegraph, June 24, 2010.

Un Mago da vicino.

Qualcosa che non puoi contenere, fatto di eccessi e passione. Questa è la descrizione della personalità che più calza a pennello dello chef che sto per descrivervi. Standogli vicino per motivi lavorativi, ho avuto l’occasione di seguirlo, ho imparato a conoscerlo, comprendere i momenti di silenzio e di euforia. Ho capito come si muove e cosa gli frulla per la testa, oltre che per le mani. Ho imparato a contenere i momenti iracondi e nello stesso tempo ammirare la cura con cui parla ai suoi ragazzi in cucina. Ho ritrovato similitudini nelle nostre origini, nella passione per la nostra città, nei percorsi mentali ed esperienziali. Senza bisogno di parlare, l’intenzione spesso è stata la stessa, il “come” guardiamo il mondo da due prospettive diverse è tutta torinese e  tutto ciò ha reso più facile il mio lavoro, comunicare la sua avventura gastronomica e saperla apprezzare.

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Ho assaggiato la cucina di Marcello Trentini per la prima volta una decina di anni fa ed era stata un’esperienza sorprendente. Poi è stato il momento della stella e un anno fa per vie traverse per un blogtour tutto torinese ho riprovato la sua cucina. Non riuscivo a capire e ho aspettato….gusti forti, contrastanti, per me forse eccessivi. Non riuscivo a tradurre le sensazioni in emozioni per scrivere e ho aspettato.

In seguito poi ho avuto occasione di partecipare ad un pranzo in onore di Patrick Ricci per festeggiare i suoi 3 spicchi del Gambero Rosso e ci sono stati piatti che mi avevano completamente rapita e altri no. Ma ho sentito che qualcosa nella cucina di questo chef stava cambiando. L’armonia dei sapori era cresciuta….

E infine oggi, dopo aver ripetutamente provato i suoi piatti sono arrivata ad esserne stata letteralmente conquistata ,tanto da confermarne l’assoluta qualità. Un’evoluzione veloce, repentina e negli ultimi mesi direi esponenziale.

Gli accostamenti, la sperimentazione, la leggerezza dei suoi piatti in una degustazione tutta in solitudine di ben 12 portate. Un sabato qualunque in cui mi ha detto: ” In questo momento vorrei farti vivere un’esperienza più che un semplice pasto”. E io tra me e me ho pensato: “si vabbè…”. Nella mia scetticità sabauda e con l’occhio a mezz’asta, forse anche mista ad arroganza femminile…della serie si vediamo a fine pasto se sta esperienza sei riusciuto a farmela fare. Sono uscita dopo le 12 portate con il desiderio maledetto di tornare il giorno dopo. Vinta e con la coda in mezzo alle gambe per qualcosa che mi era piaciuto troppo, mi sono allontanata con mille pensieri ed emozioni che mi hanno coinvolto per l’intera giornata e ancora oggi ci penso.

Potrei ora iniziare a raccontarvi della sua infanzia, quando giocava con il suo babbo a mangiare cinese con finte bacchette o il picnic del cowboy, la scelta di fare il liceo artistico e poi di studiare da autodidatta, il suo passato frikkettone in cui viveva nelle comunità bucoliche, facendo yoga e tagliando la legna per riscaldarsi, i suoi innumerevoli viaggi e le sue esperienze. Insomma tutto ciò che forse avete già letto di lui, personaggio eclettico e fuori dal comune, dissacrante e fuori dagli schemi. Ma non credo che ci sia un modo solo per diventare ciò che si è. I percorsi per arrivare a realizzare i nostri sogni solo la vita li può sapere, l’essere umano ci arriva dalle più disparate strade. E la sua è così. Una strada tortuosa, improvvisa, solcata ma generosa e avvolgente. E forse questo è anche la sua cucina. Un percorso non lineare che ognuno può sperimentare da sè. Un percorso che però porta a nuove consapevolezze anche personali: che ogni cosa è possibile e lui te lo dimostra. Uno smisurato ottimismo, un gettare il cuore oltre all’ostacolo, una persona retta e sincera, pura. “I duri e puri senza paura”.

Gli stimoli sono dietro l’angolo e le suggestioni sono invadenti, ma è così. La contraddizione la patisce, il carattere è esplosivo, ma il cuore c’è e si sente nelle cose in cui mangi. Le intuizioni di dove andare e cosa scegliere sono strategiche nel percorso di ognuno e lui le ha tutte. I suoi piatti mi hanno fatto vivere un’esperienza e  la sensazione più chiara che ho percepito, forse un po’ fuori dagli schemi, è un profondo rispetto per la persona a cui dà da mangiare. Cosa c’entra nella cucina? C’entra. L’ho sentito nei piatti che ha scelto per me, nella leggerezza degli ingredienti e la sequenza in cui li ha posti. Mai sentendomi appesantita. Una cucina leggera, con materie prima di indiscussa qualità e combinazioni sorprendenti per l’armonia e i metodi di cottura.

E’ stato uno chef table personalizzato e difficile da dimenticare. Vi ho messo qualche foto da poter solo immaginarne il gusto, il resto lo potrete provare voi stessi.

Magorabin, Corso San Maurizio, 61, Torino. Arrivo lentamente, ma quando arrivo, è deciso: mi piace.

Lo Chalet Capricorno, 1800 mt di bontà.

Adoro la montagna d’estate, mi calma, mi riequilibra, è energia verde. Il colore dei prati serve a calmare, il bosco è energia femminile ed è utile abbracciare qualche albero nel vostro errare.

IMG_0707Lo chalet Capricorno si trova a Sauze D’Oulx al margine del bosco e ai piedi di una pista da sci famosa tra gli autoctoni, Le Clotes che è la pista che ti riporta alle case, dopo lunghe sciate. Lo Chalet Capricorno è famoso ed è punto di ristoro da sempre, ma il 26 luglio ho potuto goderne le versione estiva e ne sono rimasta particolarmente colpita. Si riesce a raggiungere in auto, ma la passeggiata di qualche km è molto piacevole dal centro del paese e la consiglio dato l’apporto calorico dei pranzi di montagna. Un luogo per passare un week-end in totale armonia con la natura e di un romanticismo inaspettato. Già nell’avvicinarsi la musica in filo diffusione ti raggiunge dagli alberi intorno. Il legno dà immediatamente una sensazione di intimo e un abbraccio caldo arriva dal personale premuroso e gentile. Gli arredi sono scelti con cura e ogni oggetto racconta una storia, come le statue degli originali proprietari che proprio su queste montagne si innamorarono. Non per nulla allo Chalet Capricorno in inverno si arriva nelle notti di luna piena con la motoslitta volendo e per chi vuole ci si può sposare sugli sci, in total-white, pranzare allo chalet e passare la prima notte di nozze tra l’abbraccio delle montagne.

Una particolare attenzione è per la cucina che quassù prende una connotazione di eccellenza  HACM, l’Accademia dell’Alta Cucina di Montagna di cui lo Chalet Capricorno porta a testa alta la designazione con lo chef Fabrizio Barbero, lo chef più votato per il premio Gubbio 2013.

Sabato 26 luglio ho avuto il piacere di conoscere la cucina del ristorante Naskira (la stella più luminosa della costellazione Capricorno), dello Chalet con i prodotti scelti per l’occasione da Confagricoltura Torino, il pesce d’Acqua dolce del Piemonte e il mio ormai affezionato Erbaluce di Caluso che diventa vino ufficiale del primo anniversario dell’HACM. Le aziende Silva, Gnavi Carlo, Emanuela Piovano, Cantina Produttori Erbaluce di Caluso hanno accompagnato l’aperitivo in terrazza, mentre durante il pranzo i vini erano dell’azienda Cieck.

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Un pranzo su una terrazza circondata da stelle alpine musica e natura, sole, aria fresca e la voglia di rimanere qualche giorno in più.

Le iniziative allo Chalet Capricorno non finiscono e il buon cibo si accompagnerà a ottima musica jazz, un connubio perfetto per passare dei momenti veramente indimenticabili.

Vi lascio due eventi speciali.

Il 9 agosto, “Aperi Jazz…….per chi parte” sarà ritmato dal MARCO PARODI TRIO, formato da MARCO PARODI (chitarra)– ENRICO CIAMPINI (contrabbasso) – LUCA RIGAZIO  (chitarra). Tre musicisti che attingono sia dal repertorio americano sia da composizioni originali, rare e preziose melodie tutte da scoprire, nella tradizione dei trii interpretati dai grandi maestri della chitarra. Una carrellata di brani dove nulla è dato per scontato se non la passione per la musica, la voglia di divertirsi e di lasciarsi andare alla pura interpretazione degli stessi artisti.

Il concerto sarà preceduto da un ricco aperitivo a buffet a base di delizie dolce e salate del ristorante Naskira, fiore all’occhiello dello Chalet.

Il 13 Settembre, l“Aperi Jazz …per chi torna” saluterà poi l’estate con il gruppo musicale TRIBUTE TO JAY AND KAY, formazione nata da un’idea di Joseph Burnam e Gianfranco Marchesi, trombonisti dell’Orchestra Nazionale della Rai di Torino.

La prenotazione ai due eventi è obbligatoria ( € 60, comprensivo di concerto, ricco buffet ,vini e bevande). Prenotazioni per la serata del 9, entro il 4 agosto 2014

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI: tel 0122.850273; 

www.chaletilcapricorno.it; www.accademiahacm.it)

Anche in Piemonte finalmente tra i monti viene fatto qualcosa di speciale, posso riposare e non partire sempre per il Trentino allora.

Notizie dalla Piazza da Nicole Cappa. AgoràCooking

Oggi 19 luglio parte da piazza San Carlo a Torino Agora’ Cooking. Protagonista è la food blogger Nicole Cappa che, dopo una stagione televisiva di successo con la prima edizione di “The Chef” – il talent culinario firmato Mediaset che l’ha vista conquistare il podio di terza classificata  – lancia una insolita master class di cucina.

10463014_278780368977018_820632638597101688_nNicole svelerà tre ricette a sorpresa (un antipasto, un primo e un dolce), semplici e rapide da preparare in non più di 15 minuti ognuna! Tra gli ingredienti non mancheranno le eccellenze agroalimentari del territorio, a cominciare dal Prosciutto Crudo di Cuneo D.O.P. A trasformare la piazza in una vera e propria cucina da chef sarà, invece, un tavolo da showcooking d’eccezione: Zed Experience, già partner Hospitality del Comitato Olimpico durante i XXII Giochi invernali di Sochi 2014!

Dopo l’estate Agorà Cooking ripartirà da Alba il 27 settembre, per una tappa dedicata al re della tavola, il tartufo bianco; poi Bologna il 25 ottobre, Roma il 29 novembre e Bolzano il 13 dicembre, ultimo appuntamento dell’anno prima di tornare in primavera, a Milano, alla vigilia dell’Expo 2015.

Un onore per me dire che sono stata a cena da lei per testare la sua cucina e ciò che mi ha colpito di più è la passione con cui si mette ai fornelli, con cui si diverte ad assemblare ed inventare. Nicole è un mix di ingredienti a cui spesso non riesci dare un origine. In effetti è una donna dalle molteplici origini e vissuti. Ha viaggiato molto, nata in Marocco da madre francese e padre algerino, vissuta in Francia e poi in Italia. E’ un mix di spezie orientali, metodi di cottura occidentali veloci e d efficaci e risultati sorprendenti. Nicole è ciò che non ti aspetti. Un cus cus con ingredienti segreti. Il mio certificato foodblogger è immediato. Una donna generosa e tenace e con qualche carta in più. Cucina, ha idee, ha relazioni va dritto al risultato e lo ottiene. Una donna che non ha paura della sua bellezza che sa muoversi su tacco 12 e mestolo in mano, madre e amica. Se hai l’onore di entrare nella sua cucina non ne esci affamato, ma coccolato e riverito bevendo champagne  e mangiando con le più belle cristallerie. Un in bocca al lupo a Nicole ovunque lei abbia voglia di arrivare, ma è già là che aspetta con il suo sorriso di chi la sa lunga.

10334304_10204172249164629_4712400055462572578_nSeguitela avrà molte cose da raccontarci in piazza San Carlo. ….e poi in altre città !

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I AmSterdam, I AmHappy

Il mio soggiorno ad Amsterdam di qualche mese fa è iniziato in modo folkloristico, dopo aver letto l’oroscopo di Rob Brezny, ho deciso di partire. Il senso del messaggio premonitore raccontava di Rembrandt -pittore olandese- nato sotto il segno del Cancro,  uno dei più grandi pittori del mondo. Dovette lottare molto per diventarlo. “Non posso dipingere come vogliono loro”, diceva a proposito di quelli che mettevano in discussione il suo metodo innovativo. “Ci ho provato con tutte le mie forze, ma non ci riesco”. Ma gli è costato caro. “È per questo che sono un po’ pazzo”, concludeva. Morale della storia: per essere fedele alla tua visione e ai tuoi progetti, forse dovrai accettare di essere un po’ pazzo. Sei disposto a pagare questo prezzo?

Sono partita per questo viaggio così, con una profonda riflessione su di me e in che direzione voglio che vada la mia vita. Alle soglie degli ..anta (fra qualche giorno), ho deciso che è ora di inseguire ciò che più mi piace realmente, andare nella direzione che più mi si confà. Bene, i miei mesi di ricerca sono iniziati da Amsterdam. Ho deciso di affittare una camera nella casa di una vera olandese, per infilarmi subito nel cuore della città. Niente alberghi, vita reale, abitudini quotidiane, bici al seguito e via ad annusare come un segugio e a farmi ispirare. Ho sempre adorato la terra olandese sin dall’adolescenza. Stavolta ci sono andata con altri occhi, per vedere se ci si può anche trasferire.

Amsterdam è la città dei canali, dell’acqua, dei porti, del commercio, del passato coloniale, dei mercanti e degli scambi.

Per prima cosa abbiamo affittato subito le biciclette, con il freno pedale, con la paura di schiantarmi al primo incrocio e invece è venuto tutto molto naturale. La nostra casa era al fondo di Haarlemmerstraat, una via con i negozi vintage più accattivanti del quartiere. Negozi e ristoranti mutietnici, famiglie intere in bicicletta, negozi di prelibate leccornie locali. Una via da non perdere da percorrere su e giù senza stancarsi.

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Il quartiere che ci ha visto come maggior frequentatori è stato il Joordan.  “Lo sviluppo del quartiere si deve quindi alla forte migrazione di lavoratori sia olandesi sia stranieri (Fiamminghi, Tedeschi, Ebrei proveniente dal Portogallo e Ugonotti) che nello Jordaan si stabilirono durante il Secolo d’Oro. Il quartiere divenne presto sovrappopolato e dalle condizioni igieniche non proprio allettanti, per questo chi poteva permettersi di pagare un affitto più alto presto si trasferiva in altri quartieri. E così nella seconda metà del 1900, lo Jordaan rischiava di rimanere inabitato e con progetti di demolizione per costruire nuovi palazzi moderni. Fortunatamente ci furono proteste, visto il valore storico del quartiere, che ebbero effetto e si passò quindi ad un recupero dello stesso, che negli anni ’70 fu scoperto dalla nuova generazione di artisti. Grazie agli affitti ancora bassi, qui trovarono terra fertile per aprire studi e gallerie. ”  Qui Rebrandt si trasferì negli ultimi anni della sua vita e qui troverete la targa della sua ultima casa.

Per fare una sosta i “caffè marroni” sono i più suggestivi. All’interno troverete pareti annerite dal fumo, signori olandesi che leggono il giornale, scrivono e fumano davanti ad una birra.

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Amsterdam è poetica , grazie ai suoi canali che la invadono. E’ magica per le sue case da copertina che potete ammirare sulle barche e sulle piattaforme lungo le rive. Amsterdam è fortunata perchè sono belli, ecologici, sorridenti, educati, alti ed eleganti. Fanno figli e se li portano in giro in bici, anche due o tre. Ti parlano se per caso ti siedi su una panchina accanto a loro. Il senso comune si respira per le strade e  il senso della bellezza si sente ovunque.

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Abbiamo esplorato i parchi come Il VandelPark, dove potete imbattervi nei concerti spontanei o prendere il sole circondati da gruppi di giovani olandesi che si dedicano ai picnic. Abbiamo pedalato per ore senza stancarsi di guardare chi la vita sa viverla, l’apprezza e la valorizza.

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Ho passato ore a guardare i colori dei dipinti del  Museo Van Gogh in un pomeriggio all’insegna dell’arte e della cultura. Vistitato la biblioteca di Amsterdam la Openbare Bibliotheek, la più grande di Europa. Sei piani in cui salire e scendere con le scale mobili per curiosare tra le aree ricolme di libri, cd, film, musica, internet, cinema , filosofia, botanica, scienza. Un luogo fruibile anche solo per salire sino in cima prendere un thè, guardare il paesaggio di Amsterdam dall’alto e navigare in internet gratuitamente.

IMG_8773Passeggiare dalla Stazione Centrale sino al Mulino a vento Brouwerij ‘t , dove degustare una birra a meno di due euro, assaggiare il salame tipico osseworst, che ricorda molto la nostra salsiccia di Bra. carne magra di manzo cruda con spezie da accompagnare alla degustazione di piccole birre artigianali, da quelle di luppolo al doppio malto in compagnia degli autoctoni.

Il sabato mattina abbiamo girovagato per i mercatini del Joordan, Noordermarkt con bancarelle di prodotti tipici, biologici, vegani, rawfood in compagnia di banchi vintage e dell’usato di cappelli, borse, specchi e scarpe, suonatori e pittori.

In un pomeriggio poi, abbiamo preso fuori dai percorsi turistici una chiatta per andare sulla sponda nord di Amsterdam attraversare il grande canale che arriva al mare per mettere piede sull’altra sponda  Veer NDSM Werf, i traghetti sono ogni 5 minuti, partendo da Oude Houthavens e mettono in contatto le due sponde del grande canale dove pendolari ogni giorno raggiungono il centro di Amsterdam, noi l’abbiamo percorso al contrario e siamo andati a prendere un caffè nell’area del porto dove barche a vela e battelli da crociera che arrivano dal Danubio passano da qui. Il vento è più forte e si sente la vera brezza del nord. Poi, non contenti ci abbiamo preso gusto e da li, siamo traghettati sino alla stazione centrale, per poi riprendere un altro battello e fare un’ altra sosta al museo del cinema di Amsterdam. In realtà è stato un gioco far finta di pendolare insieme agli olandesi in bicicletta su e giù per le sponde, ci siamo sentiti per un attimo abitanti del luogo.

 

I mercati dei fiori adiacenti al canale sono un’attrattiva da non perdere come il mercatino Bloemenmarkt, troverete la varietà di bulbi che fa per voi. Ad Amsterdam tutto diventa cultura e ad ogni caratteristica del luogo dedicano un museo. Per cui troverete il museo del formaggio tipico, il museo del tulipano, il museo degli occhiali e quello dei cappelli. Questo aspetto mi ha fatto sorridere, come valorizzare ogni particolarità con la giusta enfasi.

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In un pomeriggio qualunque ci siamo fatti trascinare dalla nostra ospite Myra in un pub caratteristico con teatrino ad assistere ad una commedia teatrale e musicale del posto. Non capivamo nulla, ma le risate erano contagiose e la comicità espressiva era senza pari. Un pomeriggio tra di loro e tra le loro abitudini non ha eguali per me in un qualsiasi viaggio.

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Ed il cibo? Non posso lasciarvi senza.  In questa città anche il cibo è cultura. I chioschi con la bandiera offrono, nelle piazze cruciali, aringhe crude da passeggio con cipolle e cetrioli, uno street-food “dalla notte dei tempi”. Un’esperienza vichinga, ma che merita di essere sperimentata. Alla sera, invece, immergetevi nei ristoranti del quartiere Joordan, noi abbiamo trovato dei tahilandesi, messicani, indonesiani e marocchini da far invidia al paese di origine. Per aiutarvi cercate qui: la Guida Gastronomica delle città europee più importanti con l’aiuto di blogger locali.

IMG_8754Morale del viaggio? Una città che lavora sulla speranza,  una capitale con il suo passato coloniale ha mescolato culture e provenienze senza perdere l’dentità. Un senso del comune sopra qualsiasi atro paese. Dove aiutarsi è normale, e il sentire civico è quotidiano.  La nostra ospite ci ha raccontato aneddotti della vita quotidiana: “Ci sono siti in cui alcune donne cucinano di più e vendono ciò che rimane dei loro pasti casalinghi, a chi non ha modo nè tempo o magari scarseggia di mezzi economici”. Per cui in tempo reale conosci nel quartiere dove reperire a poco prezzo il resto del pasto di un’altra famiglia. Guadagna chi vende e chi compra. “Siti in cui se cerchi una toilette in giro per la città ne segnalano la presenza nei paraggi, da poter usufruire” Aggiunge, una specie di “airbnb dei bisogni”- scherza mentre lo dice. Insomma senza troppe burocrazie la città si aiuta e  si autosostiene. Un luogo sulle mie corde che risuona armonicamente nella mia anima.

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P.S. Ah…non dimenitcate di provare le patatine fritte….e alla mattina? La colazione marocchina più buona al mondo, thè alla menta e crepes grandi alle verdure e formaggio, o brioches alle mandorle per dar carica alla giornata prima di pedalare verso l’alta civilità. Haarlemmerplain angolo Haarlemmerstreet.

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In giuria per il Gelato Festival 2014

Un eufemismo è dire che i torinesi non siano appassionati di gelato. E’ un ingrediente fondamentale per la loro alimentazione ed è nel loro DNA. Nonostante il mio  girovagare forse è una delle città in cui il gelato è in assoluto più buono  d’Italia e non solo. Per cui se si porta il Festival del Gelato qui da noi, non può che funzionare.

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Tre giorni appena trascorsi tra le prelibatezze e le novità fresche in una Piazza Solferino più dolce del solito in cui ho avuto l’onore di essere chiamata nella giuria tecnica insieme a Marlena Buscemi, Slow Food Piemonte; Luca Iaccarino, giornalista enogastronomico e autore del volume “I cento di Torino”  e Marcello Trentini, chef di Magorabin di Torino,per decretare il miglior gusto e gelatiere del Festival. Dieci gelatieri con ognuno il suo gusto in gara. Continua a leggere